Conte ricatta ancora: "Se non ci ascoltano fuori dal governo". Ma è nuova rottura: 50 pronti a lasciare

Al terzo giorno di assemblea permanente Giuseppi compare in video e pone altre condizioni. Ma rischia la seconda slavina in un mese: alla Camera sono decine i parlamentari pronti a lasciare i 5s e a votare la fiducia

Conte ricatta ancora: "Se non ci ascoltano fuori dal governo". Ma è nuova rottura: 50 pronti a lasciare

Giuseppe Conte spinge il M5S verso l'appoggio esterno al governo Draghi. Come ai tempi dell'emergenza Covid, il leader dei Cinque stelle dà appuntamento sulla propria pagina social per formalizzare la decisione dei Cinque stelle, dopo 72 ore infernali, accompagnate da veleni, addii e riunioni di fuoco. La comunicazione contiana dura 18 minuti e nel passaggio finale l'ex premier avverte: «Senza risposte da parte di Draghi voteremo solo misure utili al Paese». Si va all'appoggio esterno.

La diretta di Conte anticipa l'assemblea congiunta tra deputati e senatori. Mossa che serve a blindare la linea politica. La rottura non c'è ancora. Conte lascia aperto uno spiraglio e manda la palla nel campo di Draghi: «Non potremo condividere alcuna responsabilità di governo se non ci sarà chiarezza sui punti nel documento consegnato, e se non ci sarà indicazione concreta sulla prospettiva di risoluzione di quelle questioni».

Parole che preannunciano il ritiro della delegazione grillina dall'esecutivo. Il leader grillino incalza il premier: «Il Movimento non resterà al governo se non ci sarà una indicazione concreta per la risoluzione delle questioni che abbiamo posto. Non è più tempo di dichiarazioni di intenti, è tempo di un'agenda di governo chiara e puntuale e di un cronoprogramna. Non tireremo Draghi per la giacchetta. Spetterà a Draghi dire se ci sono le condizioni perché il M5s possa svolgere la sua azione in un momento in cui la maggioranza è poco coesa».

Poi Conte ritorna sul casus belli: «Non abbiamo detto no alla fiducia, la nostra è stata una reazione a chiusura totale che ha rasentato la umiliazione politica alle nostre richieste sul Dl Aiuti». E aggiunge: «Qualcuno ha parlato di ricatto, noi il ricatto lo abbiamo subito».

Sulle dimissioni del premier l'avvocato si assolve: «Dopo la votazione al Senato sul dl Aiuti, il presidente Draghi ne ha tratto le conseguenze che ha ritenuto. Confidavamo che potesse optare per un percorso diverso. Ritenevamo giusto anche alla luce della forzatura che era stata operata nei nostri confronti e nei nostri principi che non fosse attribuita a questa nostra non partecipazione al voto il significato di un voto contrario alla fiducia. Il premier Draghi ha una maggioranza con ampi margini numerici, come mai è avvenuto in questa legislatura». Ed infine Conte affonda il colpo contro gli alleati: «Ci vogliono fuori dal governo perché scomodi». Lo strappo non è ancora formalizzato. Restano aperti piccoli margini per riprendere una trattativa. I falchi non depongono le armi. Mentre incombe l'incubo di una nuova scissione: i deputati (almeno 50) sarebbero pronti a mettere nero su bianco il sostegno al governo Draghi e votare la fiducia mercoledì. Si teme l'effetto «slavina» che decapiterebbe il Movimento portando alla seconda scissione in meno di un mese. Ecco il colpo di scena della giornata: seconda scissione a un passo. Per Conte sarebbe la fine. Il leader prende tempo e con il messaggio social rinvia l'uscita dalla maggioranza. Prova a tenere unito il partito. Nel Movimento ci sono due partiti: uno alla Camera, guidato dai governisti Crippa, D'Inca, Dadone, l'altro «barricadero» a Palazzo Madama, capitanato dai falchi Taverna, Turco e Toninelli. La spaccatura tra le due fazioni suggerisce di affidare la scelta agli attivisti con la votazione online. È un'ipotesi, che però subito viene data in pasto alla stampa. Nulla di ufficiale. Conte si infuria. Chi è il colpevole? Si scatena la caccia. Gli indizi portano a Vito Crimi. È una giornata di veleni e veline. Il deputato Niccolò Invidia: «Chi guida il partito ha fatto una scelta incosciente». Da fuori il ministro degli Esteri Luigi Di Maio bombarda il suo ex partito. Su Conte piomba anche lo studio di Reputation Science, società di analisi e gestione della reputazione che certifica il crollo dell'appeal sui social: il 74% dei tweet riferiti a Conte ha sentiment negativo - mentre le negatività sul Presidente del Consiglio Mario Draghi si fermano al 39%. Un rapporto, quello tra il Movimento 5 Stelle e Twitter, messo in crisi già dalla scissione del 21 giugno. La nascita del gruppo Insieme per il futuro - spiegano gli analisti di Reputation Science - ha infatti generato un'onda di critiche nei confronti dei tre leader del Movimento 5 Stelle, in particolare verso Di Maio.

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