Dal coprifuoco ai negozi Conte colto di sorpresa studia l'ennesimo Dpcm

Il premier accerchiato cede. Il decreto entro domenica: verso lo stop alle 21. Boccia positivo

Ancora in tv, a metà mattina, con le bandiere sullo sfondo. «La preoccupazione cresce, siamo vigili e pronti a intervenire». Ancora prova a resistere. «Dobbiamo contenere il contagio puntando a evitare l'arresto dell'attività produttiva e lavorativa. Dobbiamo scongiurare un secondo lockdown». Ma Giuseppe Conte ormai è accerchiato. Pressato dalla Regioni, che continuano a chiudere strade e luoghi di movida. Incalzato dagli alleati: Nicola Zingaretti lancia un «allarme rosso». Messo in discussione perfino all'interno del suo esecutivo. Luigi Di Maio, non un ministro qualsiasi, si smarca: «Il governo deve lavorare duramente per dare risposte rapide». E così in serata, dopo aver visto il commissario Arcuri, il premier cede. Nelle prossime ore, al massimo entro domenica, Palazzo Chigi dovrebbe varare un'altra stretta: si lavora a un coprifuoco alle 21 in tutta Italia, con la chiusura di bar, ristoranti, palestre, piscine, si ipotizza la serrata dei negozi nel fine settimana, si studiano entrate scaglionate in classe. Insomma, torna tutto in discussione tranne scuola e lavoro, i due presidi da difendere ad oltranza.

L'accelerazione è imposta dalla nuda evidenza dei fatti e dal clima politico. I numeri sono chiari, non si può più traccheggiare. Quasi ventimila positivi, il dieci per cento, mille ricoverati in terapia intensiva. Non c'è più tempo, non si può aspettare una settimana come voleva il premier per valutare i risultati delle ultime misure, bisogna intervenire. De Luca vuole sbarrare tutta la Campania, cento scienziati scrivono a Mattarella suggerendo subito interventi drastici, Roberto Speranza spiega per irrigidire le regole. Intanto il Covid arriva pure dentro Palazzo Chigi: Francesco Boccia (nella foto), ministro delle Regioni, l'uomo che ha riaperto il canale di dialogo con i governatori, è costretto a casa in quarantena. Positivo, anche lui.

Il virus corre a velocità doppia rispetto al governo e Conte, in calo di consensi nel Paese, comincia a vacillare. La bordata di Di Maio, che parla come se lui non fosse della partita, come un passante qualsiasi, è comunque pesante. «Il Covid non va via, dobbiamo prenderne atto. Ognuno di noi sta facendo il massimo, però dobbiamo anche dirci chiaramente che alcune cose non vanno. Penso ai drive-in, è inaccettabile fare otto-dieci ore di fila per un tampone. Su questo, come si altri aspetti, il governo deve lavorare duro per offrire risposte concrete ai cittadini, che non hanno colpe». La gente va soccorsa, non accusata.

Anche Zingaretti spinge per il cambio di passo. «Il Pd sente la responsabilità di questa fase, vogliamo essere il pilastro politico dell'aiuto agli italiani. Vedremo nelle prossime ore se le decisioni che si stanno prendendo saranno sufficienti». E pure Matteo Renzi va all'attacco. «Grande confusione sotto il cielo del Covid, c'è qualcosa che non va nella gestione dell'emergenza». Cosa? Le quattro T, risponde l'ex premier, tamponi, trasporti, tracciamento, terapie intensive. «Chiederemo conto di queste lacune nelle sedi opportune. E siccome i soldi servono, rinunciare al Mes smette di essere ideologia e diventa masochismo». Mariastella Gelmini, capogruppo Forza Italia alla Camera, chiede che Conte si svegli. «Da Palazzo Chigi tutto tace, forse la strategia e prendere tempo, peccato che di tempo ne sia stato buttato troppo. L'Italia non ha bisogno di un'altra conferenza stampa, ma di decisioni, aiutando le categorie che devono fermarsi con le risorse avanzate dai 100 miliardi stanziati, senza scaricare la responsabilità sulle Regioni».

E in questo quadro, con l'Istituto superiore di sanità che invita la gente a non uscire di casa, Conte giura di essere sul pezzo. «Teniamo l'attenzione altissima». Basterà?

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