"Così l'Italia regalò il virus vivo alla Russia per sviluppare Sputnik"

La rivelazione della dottoressa Capobianchi: "Abbiamo dato l'isolato del Covid-19 al centro di ricerca statale russo. La condivisione ha giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo dei vaccini"

"Così l'Italia ha regalato il virus alla Russia per sviluppare Sputnik"

Stando a quanto scritto dal quotidiano Domani, l'Italia avrebbe "consegnato il Coronavirus vivo" agli scienziati russi. Una mossa che avrebbe consentito di sviluppare i due vaccini di Stato, ovvero Sputnik V e EpiVacCorona. Ovviamente il condizionale è d'obbligo, doveroso, anche perché non si può avere l'assoluta certezza. Si tratta comunque di una vicenda destinata a fare scalpore e su cui sarebbe necessario fare chiarezza una volta per tutte.

L'isolamento del Covid-19

Tutto parte dalla positività in Italia dei due turisti cinesi, che sviluppano i sintomi tipici del Covid-19 e vengono ricoverati allo Spallanzani. Di lì a poco una squadra di scienziati guidati dalla dottoressa Maria Capobianchi, direttrice del laboratorio di virologia, riesce a compiere un passo fondamentale: isolare il Coronavirus, metterlo in coltura e sequenziare il suo genoma. Un precedente con un'importanza rilevante, grazie a cui poter studiare il modo di infenzione delle cellule in vitro e comprendere i meccanismi della malattia.

C'è anche un altro aspetto, forse il più importante: questo significa avere anche qualche arma in più per arrivare allo sviluppo di farmaci e vaccini contro il Covid-19. La sequenza dell'intero genoma sarebbe stata pubblicata su una piattaforma di condivisione, messa a disposizione del mondo scientifico e chiunque sia registrato "la può vedere e scaricare".

Il virus ai russi

L'isolato iniziale Inmi-1 sarebbe stato dunque fornito alla comunità scientifica internazionale "tramite biorepository certificate di condivisione di ceppi" e su richiesta, con motivazione scientifica, sarebbe stato dato per consentirne lo studio. "L'abbiamo dato a una ventina di laboratori", ha riferito la dottoressa Capobianchi. Che ha aggiunto un dettaglio particolare: sarebbe stato concesso anche a Vector, il centro di ricerca statale russo.

Appare evidente come la condivisione dei ceppi delle sequenze tra organizzazioni impegnate nella ricerca abbia "sicuramente giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo dei vaccini e dei monoclonali". Per la dottoressa Capobianchi in tutto ciò "non c'è niente di losco o demoniaco nella condivisione", a patto che sia nel segno della trasparenza e della regolamentazione.

Ma chi avrebbe portato i campioni del virus in Russia? In merito ha fatto luce Enrico Girardi, attuale direttore scientifico dell'Inmi Spallanzani di Roma: "Vengono spediti attraverso corrieri autorizzati e dopo una serie di controlli alla frontiera. In generale queste devono rispettare parametri di sicurezza con accordi Mta (Material Transfer Agreement), quindi devono esserci accordi regolari e riconosciuti. Nello specifico questo Mta tra Spallanzani e Vector era un trasferimento a fini di ricerca e prevedeva poi accordi successivi in caso di brevetti".

Il sospetto sul centro di ricerca

La domanda che ci si pone è la seguente: l'istituto Vector avrebbe chiesto i campioni di Covid-19 vivo in qualità di istituto di ricerca di base o in qualità di compagnia farmaceutica di Stato? La differenza è enorme: il quotidiano Domani spiega che se fosse stata dichiarata la volontà di utilizzo per sviluppare un vaccino allora "avrebbe dovuto sottoscrivere un Mta industriale, e versare royalties probabilmente multimilionarie allo Spallanzani".

Un alto dirigente dello Spallanzani avrebbe confidato: "Glielo abbiamo dato gratis, questo è il problema". Un'accusa pesantissima che, se confermata, sarebbe gravissima. Il sospetto paventato da alcuni è che si sia trattata di una decisione presa dai piani alti in base a considerazioni geopolitiche. "È stato un accordo tra governi", sostiene l'interlocutore del Domani. Giuseppe Conte avrebbe fatto pressioni o era all'oscuro di tutto? "Con tutte le dosi di Sputnik che i russi hanno venduto avremmo potuto fare un bel po' di soldi anche noi", è la risposta dell'interlocutore.

Ma è possibile che i russi siano arrivati a sviluppare un vaccino grazie al materiale biologico che sarebbe arrivato dallo Spallanzani? "Il vaccino russo, come anche quello di Pfizer o Moderna, non si fa partendo da particelle virali, ma da sequenze virali di acidi nucleici. I sequenziamenti dell'acido nucleico del virus della coppia cinese ricoverata allo Spallanzani li abbiamo resi disponibili alla comunità scientifica molto rapidamente, e a inizio del 2020 erano stati già pubblicati quelli isolati in Cina. Quindi chi voleva fare quel tipo di vaccino doveva prendere questi sequenziamenti e ricostruire le parti che interessavano in laboratorio e questo hanno fatto i russi. Poi sugli esperimenti sugli animali l'isolato virale può essere utile", ha spiegato il direttore scientifico dell'Inmi Spallanzani di Roma.

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