Scontro sul “piano pandemico”: un faldone da 500 pagine in procura

Guerra si difende: nessun comportamento omissivo sul piano. E attacca le Regioni: l'attuazione passa da loro

Covid, scontro sul piano pandemico. Un faldone da 500 pagine in procura

Ranieri Guerra non ci sta. E ora punta a fare in modo che venga “ripristinata la verità”, o quella che lui ritiene tale. Dopo mesi di inchieste (giornalistiche e giudiziarie), dopo l’iscrizione nel registro degli indagati, dopo trasmissioni e polemiche tv, in una corposa memoria scritta di 40 pagine e altre quasi 500 di allegati, Guerra fornisce la sua versione. E lo fa rispondendo alle due accuse che in questi mesi gli sono state rivolte. Da una parte, il mancato aggiornamento del piano pandemico influenzale negli anni in cui è stato direttore della Prevenzione al ministero della Salute. E dall’altra il presunto tentativo, denunciato da Francesco Zambon, di mettere i bastoni tra le ruote alla pubblicazione del report Oms sulla risposta “caotica e creativa” dell’Italia. Dossier prima pubblicato, poi subito ritirato dal sito dell’Organizzazione e infine fatto “cadere nel nulla” per diverso tempo.

FOTO 1: La mail con cui Guerra chiede di indicare come "ultimo aggiornamento" il 2016

Il mistero piano pandemico

Vista la mole di documenti, ci concentreremo qui sulla prima delle due questioni, quella relativa al piano pandemico, rimandando il resto ad un’altra occasione. Stando a quanto dichiarato da Zambon e ricostruito dalla procura di Bergamo, l’Italia avrebbe affrontato la pandemia con un “piano” fermo al 2006. Un documento, come scritto da Zambon, solo “riconfermato” negli anni successivi ma non aggiornato. Il file caricato sul sito del ministero nel dicembre del 2016 appare identico a quello del 2006 e contiene una frase, per così dire, fuori dal tempo: prevede infatti che lo stock di farmaci “sarà completato entro il 2006”. Cioè 10 anni prima “dell’ultimo aggiornamento” sul sito.

La posizione di Guerra

Guerra, ovviamente, la pensa diversamente. E in fondo lo ripete da tempo: ritiene cioè che il piano fosse pienamente “vigente”, che sia stato “rivisto annualmente” e che comunque non spettasse a lui aggiornalo. Il motivo? In una intervista all'Agi Guerra disse che negli anni non era emersa alcuna “differente situazione epidemiologica riguardante i virus influenzali” né era arrivata “una diversa linea guida da parte dell’Oms”. Se non tra fine 2017 e inizio 2018, quando cioè Guerra aveva ormai lasciato il ministero per trasferirsi a Ginevra. Questa tesi il funzionario la avrebbe ribadita anche di fronte ai pm il 5 novembre del 2020 quando si presenterà spontaneamente nel pieno della bufera mediatica.

FOTO 2 L'accusa a Guerra nella rogatoria dei pm

Le indagini dei pm

I magistrati bergamaschi, però, non concordano. E infatti poco dopo l’incontro in procura decidono di iscrivere Guerra nel registro degli indagati per false dichiarazioni. Ai pm risulta infatti (foto 2) che il quadro epidemiologico fosse cambiato, visto che nel frattempo ci sono state le pandemie da suina (2009) e Mers-CoV (2012). Ma soprattutto che “il piano doveva essere aggiornato secondo le linee guida dell’Oms del giugno 2013, del maggio 2017 e pure in base alle indicazioni della Commissione Ue (2009) e del Parlamento europeo (2013).

La difesa del funzionario Oms

Nella lunga memoria, redatta dall’avvocato Roberto De Vita, Guerra respinge ogni addebito. Parla di un quadro dipinto dalla magistratura “ben diverso dalla realtà dei fatti”, “impreciso” e soprattutto “non aderente” a quanto dichiarato in procura. La strategia difensiva muove da una analisi linguistica sulla definizione di “aggiornamento”. Per il legale quella parola “non comporta necessariamente la ‘integrale sostituzione di un lavoro precedente con qualcosa di nuovo”. Basta insomma che il documento sia “tenuto a giorno” per renderlo “corrispondente alle esigenze presenti”. In sostanza, benché identico nel contenuto, il “piano” vigente sarebbe comunque stato “annualmente rivisto”.

Ora, sul punto occorre fare un paio di osservazioni. Agostino Miozzo, coordinatore del Cts, in una intervista ebbe a dire che al 7 febbraio 2020 “non esisteva una previsione di mascherine necessarie, posti letto da liberare. Soprattutto, non c'erano scorte”. Per Stefano Merler, infatti, “abbiamo pagato un prezzo altissimo” per non aver aggiornato il piano “per dodici anni”. Per quanto fosse “vigente”, siamo sicuri che fosse “corrispondente alle esigenze presenti”? Va detto che il ministero della Salute ritiene che il piano influenzale, proprio perché riguarda le influenze, non servisse per il coronavirus. Analisi in parte non condivisa dallo stesso Guerra ("Molte delle misure di contenimento da adottare erano già previste dal Piano 2006, che andava a mio parere comunque applicato"), ma contestata anche da un dossier redatto dal Generale Lunelli, secondo cui un documento aggiornato avrebbe permesso di evitare decine di migliaia di vittime.

Chi doveva aggiornalo?

Guerra comunque ritiene che l’obbligo di aggiornamento non ricadesse sotto il suo mandato al ministero. Le linee guida dell’Oms del 2013 e del maggio 2017 (poi aggiornate e integrate tra fine 2017 e inizio 2018), citate dalla procura, non sarebbero infatti da intendersi come “strumenti cogenti” che costringono a un “immediato recepimento formale”. E comunque sarebbero state “definitivamente emanate” solo dopo il suo addio al ministero. Inoltre, Guerra ribadisce di aver dato vita negli anni a svariate “attività di implementazione” sulla base delle linee giuda sia dell’Oms che dell’Ecdc europeo. Cita infine “numerose circolari ed atti di disposizione interni” emanati in tema di influenza. E la creazione di una nuova area tematica dedicata sul sito istituzionale. Tanto che invita a cercare altrove eventuali “colpevoli”.

La nota inviata da Guerra all'ex ministro Lorenzin

"Verificare l'attività di chi mi è succeduto"

Da una parte punta il dito contro i suoi successori all’ufficio Prevenzione di viale Lungotevere Ripa 1. Dopo la pubblicazione, a maggio 2017, delle linee guida completate” dell’Oms, Guerra ritiene di essersi mosso. Il 15 settembre del 2019, infatti, scrive al ministro Lorenzin informandola “dell’opportunità di creare un apposito gruppo di lavoro” tra Iss, Università, enti di ricerca e via dicendo per “rivedere in maniera organica e condivisa” il piano pandemico nazionale. Poco dopo, però, lascia il ministero e smette di seguire gli sviluppi del progetto. Al suo posto subentra Claudio D’Amario, che un anno dopo - a settembre 2018 - scrive ai ministeri interessati per sollecitare l’invio dei nominativi di chi avrebbe dovuto contribuire al gruppo di lavoro. Come mai tanto ritardo? Se si vuole capire se il piano è stato adeguatamente aggiornato, scrive quindi il legale di Guerra, bisogna “verificare se l’attività avviata” a settembre 2017 “sia stata proseguita da chi gli è succeduto”. Come a dire: cercate altri colpevoli.

La nota di D'Amario sul nuovo piano pandemico

L'accusa alle Regioni

Discorso simile per quanto riguarda le norme europee. Per il deputato Galeazzo Bignami, così come per i pm, con la decisione 1082 del 2013 del Parlamento Ue, gli Stati avevano “l’obbligo giuridico di aggiornamento” del piano pandemico. È così? Non per Guerra, che esclude “falsità” o “qualsiasi tipo di omissione”, visto che la decisione mirava a “sostenere la cooperazione e il coordinamento tra gli Stati” ma non riguarderebbe “l’obbligo di adozione di misure specifiche” per i governi, i quali “mantengono la loro sovranità” in tema sanitario su strategie e piani operativi. Insomma: la decisione era sì vincolante, ma non c'azzecca nulla col piano pandemico. Anche se, va detto, lo stesso Guerra ebbe a dire, in un'intervista a Rep, che "nel 2013 una decisione" di Bruxelles "aveva raccomandato agli Stati membri di aggiornare i piani nazionali di concerto con la Commissione Ue". Infine, Guerra punta il dito anche sulle Regioni: che il piano fosse aggiornato o meno, dice, “l’attuazione concreta passa necessariamente per i piani e la legislazione delle singole regioni”. Quindi per per eventuali contestazioni, bussare ai governatori.