Il cronista che ha scoperto il test «top secret» su Napoli

Fa l'infermiere per essere più libero. «Un docente tedesco mi disse: “La vostra città nel 1947 fu prescelta dagli Alleati per un esperimento di sopravvivenza urbana”»

Perché, pur avendo potuto contare su tre suoi figli tra gli 11 presidenti eletti da quando esiste la Repubblica (il primo insediato al Quirinale, Enrico De Nicola; poi Giovanni Leone; oggi Giorgio Napolitano), Napoli sembra più una città dell'Algeria che dell'Italia? Perché, a dispetto dei sei ministri dell'Interno di origini napoletane o campane (Antonio Gava, Vincenzo Scotti, Nicola Mancino, Antonio Brancaccio, Giorgio Napolitano, Rosa Russo Iervolino) sui 15 succedutisi nell'ultimo quarto di secolo al Viminale, la camorra continua a dettare legge nella regione? Perché, volendo scendere terra terra, una colonia di ucraini poté accamparsi per 12 mesi accanto al Maschio Angioino, il monumento simbolo della città, dove si nutriva di colombi allo spiedo, e solo un ministro della Cultura, Sandro Bondi, sollecitato dall'associazione No comment, riuscì a convincere il sindaco Rosa Russo Iervolino a farli sloggiare? Perché una donna africana soprannominata Stelletella, abbandonata dal compagno italiano, è stata lasciata libera di vivere per anni fra i ruderi delle mura aragonesi di via Marina, insieme a una colonia di pantegane che le camminavano sul corpo e sul viso e sbocconcellavano il cibo dallo stesso piatto in cui mangiava la clochard, e solo l'intervento dell'associazione ha costretto le autorità a ricoverarla in una casa-famiglia?

Antonio Alfano, che di No comment è fondatore e presidente, teme di aver trovato tutte le risposte nella frase che un docente di Monaco di Baviera, il quale dava l'impressione di saperla lunga, gli disse a bruciapelo a Berlino la sera del 4 novembre 2003, a chiusura di una mostra sul centro storico partenopeo che il sodalizio aveva tenuto alla Willy-Brandt-Haus. Mentre con altri volontari, architetti, accademici e filosofi cenavano nel ristorante italiano Sali e tabacchi, al numero 18 di Kochstrasse, l'anonimo professore guardò Alfano dritto negli occhi e bisbigliò: «Ihr Neapolitaner seid ein wissenschaftiches Experiment, ihr seid Versuchspersonen, die ganze Stadt ist ein Labor», voi napoletani siete un esperimento scientifico, siete delle cavie, tutta la città è un laboratorio. Dopodiché cominciò a raccontargli di un episodio accaduto a Heidelberg il 24 luglio 1971, quando le teste di cuoio dell'antiterrorismo fecero irruzione in un covo della Raf, il corrispettivo tedesco delle Brigate rosse, dove avrebbero sequestrato un documento top secret intitolato Survival urban experiment, recante i timbri dei servizi segreti alleati. Tre cartelle con tre intestazioni: «A) Data inizio progetto: 1947. B) Territorio di attuazione: Italia. C) Area di sperimentazione: Napoli».

Ce n'era d'avanzo per accendere la curiosità di Alfano, giornalista pubblicista dal 1992. Il quale prese le mosse dalla sconcertante rivelazione per darsi un'altra identità, quella di Tony Laruspa, cronista d'assalto destinato a finire assassinato in vico del Fico al Purgatorio dopo aver scoperto le prove di The test, il programma avviato in segreto nel dopoguerra, con il consenso del governo italiano, da un team di 18 scienziati americani ed europei: un esperimento teso a studiare le reazioni di una popolazione urbana costretta a vivere in uno stato di stress permanente e in una situazione socio-ambientale altamente degradata. «È stata una provocazione culturale», commenta il «redivivo» Alfano, che per un paio d'anni s'è firmato in effetti Tony Laruspa e ha persino pubblicato in Internet la foto del suo «cadavere» riverso sui gradini di un vicolo, con il volto coperto da un giubbino. «Abbiamo ricevuto centinaia di mail e telefonate da tutto il mondo per capire se The test era davvero in corso. E chi può saperlo?».

Napoletano doc, 60 anni, sposato, due figli, Alfano è un giornalista sui generis, che nel modo di vestire ricorda più un prete che un pennivendolo. Fin dalle scuole medie avrebbe sognato di lavorare al Mattino o al Roma. Non avendo mai avuto tessere di partito né appoggi importanti, ben presto si rese conto che non sarebbe mai riuscito a farsi assumere. Così dal 1976 s'è rassegnato a lavorare come infermiere nel reparto di rianimazione del Policlinico, accontentandosi di collaborare nel tempo libero a vari periodici locali, Crash, Enne, Agorà, Polis Nova. Non per questo ha rinunciato al suo mestiere di denuncia anche in ambito ospedaliero: un suo circostanziato esposto sugli anestesisti che venivano utilizzati per 24 ore di seguito e cumulavano straordinari stratosferici provocò un'interrogazione alla Camera. I risultati non si sono fatti attendere: un giorno ha trovato la sua Fiat Punto nel parcheggio del Policlinico con il cofano sfondato. «Le impronte rimaste sulla vernice erano quelle degli zoccoli usati dal personale sanitario».

Altre minacce?

«La più ricorrente: “Fatti i cazzi tuoi”. Per non subire ricatti, ho impedito ai miei figli di presentare domanda di partecipazione al corso per infermieri».

Perché ha chiamato l'associazione No comment?

«Perché le parole non servono. Il nostro scopo è documentare il degrado di Napoli con le immagini e i video. Ogni anno organizziamo un corso di fotografia sociale per formare circa 20 reporter di strada. Il successo maggiore l'ha riscosso l' Illegal tour da Porta Nolana a piazza Carlo III, dove regnano la prostituzione, il contrabbando di sigarette, lo smercio di griffe false e di programmi craccati per computer. S'è creato uno strano fenomeno, quello dei reality travellers , viaggiatori della realtà, soprattutto tedeschi e spagnoli, che si avventurano in quella casbah senza rendersi conto dei rischi che corrono. Alcuni, come Joe Lawton, un fotografo di New York, si rivolgono a noi. Spesso si tratta di donne: ricordo un'epistemologa svizzera e due studentesse di San Pietroburgo».

Ma la denuncia almeno è servita?

«Per nulla. Durante l' Illegal tour abbiamo contato 27 banchetti di contrabbandieri. Al ritorno, erano 36 e i prezzi delle sigarette risultavano aumentati».

Rafforza il dubbio che The test sia in pieno corso.

«Io dico solo questo: dal 1988 al 1999 in Italia ci sono stati cinque ministri degli Interni che provenivano da qui. Costoro hanno avuto a disposizione per 78 mesi ben 4.700 uomini armati per ripristinare la legalità a Napoli. Ci spieghino almeno come mai non ci sono riusciti».

Come mai, secondo lei?

«A che serve un buon attaccante se la squadra resta la stessa? Qui mutano solo i comandanti, l'esercito mai. Faccio un esempio surreale: ogni quattro anni al Policlinico cambia l'impresa delle pulizie per garantire più efficienza. Ma gli operatori, che magari lavano male i pavimenti, sono quelli di prima. Passaggio di cantiere, si chiama. Mi spiega che senso ha? Arriva il sindaco Luigi De Magistris, nomina qualche generale però negli uffici rimane tutto uguale».

Non ha fatto il miracolo neppure lui.

«Io l'ho votato, ci ho creduto. Non ci ha nemmeno mai voluti ricevere. È un uomo di un ego smisurato, non mantiene gli impegni. Governa con i criteri di un monarca borbonico: festa, farina e forca. Ma l'America's Cup non è bastata, pane non ce n'è e puntare il dito contro la camorra non significa fare giustizia. Eppure questo sarebbe il momento migliore per battere i delinquenti, perché le grandi famiglie camorriste di un tempo, quelle con 12 figli che creavano una gestione del potere piramidale, non esistono più. Oggi, quando va bene, un boss mette al mondo un rampollo. Quindi è aumentata la concorrenza fra clan. Non c'è più, mi passi il termine, formazione professionale: prima si cominciava dal pizzo, ora dalla pistola. Ogni vicolo ha 'na capa spostata, senza senatori che la controllino. Siamo all'anarchia».

Quali sono le famiglie più temibili?

«Guardi, anche se Nunzio Giuliano (uno dei fratelli dello storico clan del rione Forcella, ucciso nel 2005 in un agguato dopo essersi dissociato, ndr) lavorava con No comment, di chi siano i capi a me interessa poco. In tutte le città del mondo esiste la criminalità. Ma a Napoli, in più, c'è la cultura dell'arroganza, che rende ingiusto il quotidiano».

Che significa?

«Che questa è una città in comodato d'uso: te ne pigli una parte e nessuno ti fa nulla. È la legittimazione del sopruso la metastasi incurabile. Se il Comune lascia che in via Carbonara gli automobilisti paghino 2 euro l'ora a un parcheggio abusivo, con tanto di “P” blu, questo significa riconoscere implicitamente il ruolo della camorra che lo gestisce. È come dirle: “Qui potete farlo”. Il presidente Napolitano viene in vacanza a Villa Rosebery con donna Clio, si piglia 'o ccafè e 'a sfugliatella al Gambrinus, non vede, non fa nulla, riparte felice. Agli intellettuali piace pensare che questa sia ancora la città di Eduardo De Filippo. Non hanno capito niente, non sanno che 150.000 napoletani onesti, disperati, incazzati sono fuggiti dal centro storico per andarsene a vivere a Melito, ad Arzano, a Casoria, a Ponticelli, ad Aversa, dove gli affitti sono più bassi. In dieci anni la planimetria sociale è totalmente cambiata. Su 420 residenti in vicoletto Limoncello, la metà sono senza lavoro. Ottantamila migranti fantasmi vivono in locali malsani sprovvisti del certificato abitativo, pagando dai 250 ai 500 euro: il 20 per cento campa di prostituzione, 1 su 4 è alcolista o drogato. Abbiamo documentato il fenomeno dei cartoneros , 200 famiglie rumene che rivendono quello che recuperano nei cassonetti dei rifiuti. I ragazzi di strada che scendono dai Quartieri Spagnoli sono arrivati a occupare piazza del Plebiscito, il salotto di Napoli, e hanno massacrato di botte alcuni coetanei romani in gita che avevano osato entrare nella loro area di gioco, il tutto sotto la vista di 12 telecamere adibite al telecontrollo. È questa congenita incapacità di stroncare i fenomeni delittuosi che mi spaventa».

Pensi allo choc di chi viene dal Nord.

«Asl 1, due ospedali, Incurabili e Loreto Crispi. Nel primo, cui si rivolgono le donne del popolino, per la visita ginecologica e l'ecografia vanno presentate due richieste e pagati due ticket; nel secondo, frequentato dalle classi agiate, una sola prescrizione e un solo ticket. Le pare normale? Abbiamo filmato due agenti della polizia urbana che camminavano accanto a 35 postazioni di venditori abusivi in via dei Tribunali, il decumano centrale, senza far nulla, neppure un cenno della mano per dire “t'nè a ij”, te ne devi andare. Questo significa legittimare le attività criminose. Vuole che le citi altri casi di piccole grandi illegalità tollerate ogni giorno dalle forze dell'ordine?».

Prego.

«Le baby gang di Porta Capuana: il loro passatempo preferito è terrorizzare le badanti extracomunitarie che sostano in piazza Enrico De Nicola, a 30 metri da un commissariato di Ps, a 50 da un comando dei vigili urbani e a 80 da una sede della polizia giudiziaria. Oppure il moto struscio in piazza del Mercato, il luogo anticamente adibito alle decapitazioni, dove c'è la casa natale di Masaniello: il rito tribale si svolge la sera, quando centinaia di adolescenti, tutti privi di casco e spesso in tre su un unico mezzo, sciamano in tondo per ore su motociclette e motorini; è un modo per mostrarsi, per sfoggiare la nuova morosa in minigonna, il nuovo scooter, la nuova pettinatura. Tutto documentato dai nostri filmati. Nessuno muove un dito».

Perché non chiedete le dimissioni del capo dei vigili?

«Non c'è. Nel senso che è come se non esistesse. L'ultimo degno di questa qualifica è stato Luigi Sementa, che proveniva dall'Arma dei carabinieri. Benché fosse a passeggio in abiti borghesi, arrestò un vu' cumprà acciuffandolo con le sue mani. L'hanno fatto fuori dopo che aveva denunciato come all'interno della polizia municipale prosperasse “una categoria di fetenti, di banditi, di gente che porta i gradi ma che fa i propri sporchi interessi”. Testuale».

Ma lo aveva nominato De Magistris?

«No, si figuri. Rosa Russo Iervolino. Che, pur con tutti i suoi limiti, ascoltava, s'indignava, provvedeva».

Vi toccherà chiedere la grazia a San Gennaro.

«Se la vede brutta pure lui. A Porta Capuana hanno fracassato la cornice di marmo della teca in cui è racchiuso il suo busto. Deve stare all'occhio».

E lei non teme per la sua incolumità?

«Sono allenato alla sopravvivenza. Mio padre, muratore emigrato per fame in Canada lasciando a casa moglie e tre figli piccoli, morì in un incidente sul lavoro quando io avevo 5 anni. Sono cresciuto con altri 400 sventurati nell'orfanotrofio La Palma. Ma adesso non vedo l'ora di andare in pensione per trasferirmi a Salerno. O, meglio ancora, a Firenze, dove almeno c'è un fiume che mi ricorderà il mio mare. Un indiano buono è un indiano morto. Nun ci à facc' cchiù».

(714. Continua)

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

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