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La "gioia armata". La strana miscela che mette insieme Stirner e Toni Negri

Il nichilismo degli anarchici dei centri sociali nasce dai saggi di Bonanno, maestro di Cospito. La violenza fine a se stessa nasce da un ircocervo ideologico

La "gioia armata". La strana miscela che mette insieme Stirner e Toni Negri

Di cosa parliamo quando parliamo di anarchici? No, non di anarchici in generale. Non di Enrico Malatesta e delle sue fragilità e neppure di Gaetano Bresci che a Monza fece fuori Umberto I. L'anarchia è una storia lunga e complessa. È un sogno e una maledizione. Gli anarchici che qui ci interessano sono quelli che si riconoscono nella galassia dell'antagonismo, che frequentavano Askatasuna per non sentirsi soli e che sono stati battezzati come insurrezionalisti. Chi sono? Da dove vengono? Chi sono soprattutto i loro santi? È caos e confuzione. È un animale immaginario, come un ircocervo, una creatura confusa che si orienta lo stesso. Da un lato c'è il marxismo, dall'altro l'anarchia, da un lato la fabbrica, dall'altro il nulla, da un lato la classe, dall'altro l'Unico. Questo animale però cammina, morde, e qualche volta esplode.

Per capire bisogna tornare indietro. Anni Sessanta. L'operaismo italiano nasce nelle fabbriche del Nord, con i piedi nel grasso dei cuscinetti e la testa in Marx. Poi arriva Toni Negri e il progetto si radicalizza: Potere Operaio, l'autonomia del sociale, l'idea che l'intera società sia diventata una fabbrica e che dunque chiunque sia sfruttato lo studente, il disoccupato, il precario sia un operaio sociale. Il contropotere. La rivoluzione non più dentro la fabbrica ma ovunque, per le strade, nei quartieri, nelle case occupate. Bologna brucia, Roma brucia, Padova è un laboratorio di idee incendiarie. Poi il 7 aprile 1979 arrivano gli arresti e il movimento si sfascia. Ma non muore. Si trasforma. Cambia pelle, si sposta dai cortei alle occupazioni, dalle assemblee di fabbrica ai centri sociali. Ed è qui che avviene l'innesto impossibile. I figli dell'Autonomia Operaia incontrano l'anarchismo. Non quello classico di Malatesta, solidale e organizzato. Qualcosa di strano, selvatico, stirneriano. Quello di Alfredo Bonanno.

Ora per qualsiasi libertario fare i conti con Max Stirner non è mai facile. È il fascino dell'anarchia senza bandiere. È sicuramente un amore di gioventù. Stirner lo trovi forte in Fabrizio De André e Fernando Pessoa. È una tentazione controcorrente che tocca Indro Montanelli e trova terreno fertile perfino nell'anarcocapitalismo. Ci sono tracce di Stirner anche nei primi passi di Gianroberto Casaleggio. La prima utopia grillina non sogna affatto le masse. Stirner tutela l'individuo da tutti quelli che lo vogliono schiacciare. È il sogno di schivare le miserie dell'universo. Queste cose le trovi anche nell'immaginario di Capitan Harlock o di Silver Surfer. Cosa c'entra l'Unico con Askatasuna?

Colpa di Alfredo. Bonanno è siciliano, editore clandestino, e negli anni Ottanta teorizza l'insurrezionalismo informale: niente partiti, niente sindacati, niente strutture. Solo gruppi di affinità che colpiscono e si dissolvono. Da Stirner prende l'idea dell'Unico l'individuo che non riconosce nulla al di sopra di sé. Fantasmi, li chiamava Stirner. Spettri inventati per incatenare l'io. Da Bakunin prende l'impulso alla distruzione. Il risultato è la "gioia armata" (il saggio principale di Bonanno): la violenza come liberazione esistenziale, non come strategia. Non si lotta per costruire. Si lotta perché lottare è vivere.

Ecco allora l'ircocervo. L'Autonomia Operaia era marxista, collettivista, pensava in termini di classe e di contropotere. L'insurrezionalismo di Bonanno è nichilista, individualista, pensa in termini di Unico e di distruzione. Il primo voleva prendere il potere dal basso. Il secondo vuole abolire l'idea stessa di potere. Il primo credeva nella fabbrica sociale. Il secondo non crede in nulla che sia più esteso dell'individuo. Eppure i due flussi si sono mescolati, nei centri sociali degli anni Novanta, nelle notti delle occupazioni, nella Val di Susa dei sabotaggi. E il nome di quell'incrocio, a Torino, era Askatasuna.

Askatasuna: libertà, in basco. Un omaggio all'Eta che era anche una dichiarazione di guerra. È una libertà che uccide. Il centro sociale di corso Regina Margherita 47 apparteneva ufficialmente all'area dell'Autonomia Contropotere e quella definizione dice tutto. Autonomia è il fantasma di Negri. Contropotere è la sua parola d'ordine. Ma dentro quelle mura il marxismo si era già dissolto come zucchero nell'acido. Restava la prassi l'azione diretta, il sabotaggio, lo scontro svuotata di ogni orizzonte collettivo, e riempita del nichilismo stirneriano che Bonanno aveva inoculato nel corpo dell'anarchismo italiano. Lo vedi con Alfredo Cospito, che di quell'area è il presunto martire. Cospito non parla di classe operaia. Parla di istinti irrazionali, di odio e amore come motori dell'azione. Non aspira a nessuna società futura. È antisociale, e lo rivendica. Lo sciopero della fame al 41-bis era l'affermazione dell'Unico stirneriano con l'unico strumento rimasto, il proprio corpo. L'ultima proprietà dell'individuo contro il Leviatano. È la lotta di Anna Beniamino, la sua compagna, che predica il conflitto permanente come unica forma di libertà. Eppure, si dice, Askatasuna faceva anche il doposcuola. Aveva la palestra popolare, lo sportello per gli sfrattati, le cene di quartiere. I vecchi di Vanchiglia ci andavano. I ragazzini imparavano a tirare di boxe. Il Comune nel 2024 l'aveva persino riconosciuto come bene comune. E questo è il paradosso dell'ircocervo: che la bestia impossibile viveva in mezzo alla gente, nutrita da un mutuo appoggio che contraddiceva il suo stesso nichilismo. Finché qualcuno ha assaltato la sede della Stampa e il patto si è rotto. La distruzione per la distruzione. Questo è il punto d'arrivo. L'Autonomia sognava il contropotere come preludio a un ordine nuovo.

L'insurrezionalismo ha cancellato l'ordine e tenuto solo la distruzione.

Bakunin più Stirner uguale nitroglicerina: il comunitarismo utopico del primo si fonde con l'egoismo radicale del secondo e produce un gesto puro, senza progetto, senza domani. Una rivolta permanente che non sa dove andare. E dovunque significa da nessuna parte. L'ircocervo non conosce la parola futuro.

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