Dopo l'azione preventiva e efficace degli aerei americani e israeliani contro la grande offensiva missilistica che l'Iran aveva pianificato da tempo per devastare Israele e le installazioni statunitensi sparse nella regione, da Erbil nel nord dell'Iraq fino al Qatar, con circa 2.500 missili balistici dal peso compreso fra le 15 e le 26 tonnellate, oltre a numerosi droni, la guerra americana contro l'Iran aveva un secondo atto pronto, lì a portata di mano.
Quel secondo atto poteva garantire la vittoria anche se il regime fosse sopravvissuto alla decapitazione avvenuta nella prima notte, con l'uccisione della Guida Suprema Khamenei, del suo ministro della Difesa, del suo capo di Stato Maggiore, del comandante dei Guardiani della Rivoluzione, fra gli altri, e con il successivo bombardamento indisturbato di fabbriche di missili, missili immagazzinati, lanciatori e quartier generale dei Pasdaran a Teheran, Mashad e nelle città minori. Erano stati il dispiegamento di migliaia di Marines e di paracadutisti dell'82ª Divisione Aviotrasportata in Qatar e nelle basi vicine a fornire le forze necessarie per l'Atto II. Ma non è successo nulla, e Teheran è venuta a somigliare alla Berlino dopo la morte di Hitler, con le guardie SS rimaste sole al comando, ancora in grado di impiccare chiunque volesse smettere di combattere, ma senza alcun piano per evitare l'imminente sconfitta.
Nel 1945 furono le truppe russe a finire gli ultimi irriducibili delle SS, così come l'arrivo delle truppe americane ripulì gli ultimi nazisti in Baviera. Nessuno si aspettava che un esercito americano avanzasse fino a Teheran dal porto più vicino, Bandar Abbas, lungo un'unica autostrada, attraverso 1.300 chilometri di montagne e deserti, per inoltrarsi in una città di oltre dieci milioni di abitanti, scacciare i Pasdaran e spaventare la milizia Basij al punto da indurla a tornare in abiti civili. Ne sarebbe nato un pantano molto arido, con inevitabili perdite americane lungo la strada anche in assenza di una resistenza concertata e determinata. Ma l'arrivo di migliaia di Marines e paracadutisti offriva una via verso la vittoria assai più realistica, molto più rapida e di gran lunga più sicura. E quando, da contractor della difesa, ho saputo del dispiegamento, avvenuto insieme alla campagna aerea ben più pubblicizzata, ho dato per scontato che avesse proprio quello scopo abbastanza ovvio, che discende dalla geografia del Golfo Persico, che non è certo terra incognita per il Pentagono, alle prese da decenni con il Golfo e con le sue petroliere ricorrentemente minacciate.
A questo punto chiunque sia anche solo un po' interessato sa che il Golfo Persico ha una larghezza che oscilla fra i circa 290 chilometri all'altezza del Bahrein e i 55 chilometri dello Stretto di Hormuz, ma i canali navigabili in un Golfo per gran parte molto poco profondo sono assai più stretti. I più rilevanti, per i Marines e per i paracadutisti dell'82ª, sono le isole del Golfo Persico, dalle quali è possibile garantire il passaggio sicuro alle petroliere amiche, negandole alle squadre iraniane di missili antinave, prevenendo i tentativi di minamento e individuando ogni altra minaccia con pattugliamenti elicotteristici a bassa quota. Alcune isole sono più vicine alla terraferma iraniana di altre, ma tutte possono essere precluse alle forze terrestri di Teheran dalle coste vicine, grazie all'abbondante supporto aereo ravvicinato disponibile alla base di Al Udeid, in Qatar, e altrove. Solo un'isola, Qeshm, è davvero grande, con i suoi 580 miglia quadrate, quasi il doppio dei 304,8 miglia quadrate di Manhattan, mentre tutte le altre sono molto più piccole, e nessuna potrebbe essere travolta dalla terraferma, come potrebbe esserlo un avamposto costiero. Per evitare ulteriori danni all'economia globale, le esportazioni di petrolio e di gas di tutti, dall'Iraq e dal Kuwait al nord, fino al terminale saudita di Ras Tanura e al gas liquefatto del Qatar, devono essere messe al sicuro (gli Emirati hanno il loro terminale di Fujairah sull'Oceano Indiano), il che è perfettamente fattibile se le isole vengono usate come basi per unità americane ad alta mobilità.
Quanto al blocco delle esportazioni petrolifere iraniane, è già un fatto compiuto. Il principale terminale petrolifero dell'isola di Kharg è stato neutralizzato, e in ogni caso la US Navy sta fermando ogni tentativo di portare via il petrolio iraniano via cisterna. Poiché l'Iran è entrato in guerra con riserve di valuta estera minuscole per un Paese di novanta milioni di abitanti, e poiché il governo riceve pochissima valuta forte dalle esportazioni tradizionali (i mercanti che vendono tappeti, pistacchi, zafferano e succo di melograno non rimpatriano la valuta estera, ma la usano per importazioni di lusso), bloccare le entrate petrolifere è sufficiente a ridurre la potenza di Teheran giorno dopo giorno. I cinesi hanno sostenuto politicamente l'Iran, ma non sono sentimentali, e non spediranno i precursori chimici del propellente missilistico, né altro, senza pagamento. I capi superstiti di Hezbollah potrebbero anche essere sentimentali, ma i loro uomini dipendono dagli stipendi e devono cercarsi un altro lavoro se non vengono pagati. Sentimentali potrebbero esserlo anche i capi Houthi, ma nella miseria dello Yemen hanno davvero bisogno della paga per comprare la farina.
La Russia è un fornitore importantissimo per l'Iran, con rapide rotte caspiche da Astrakhan, nel delta del Volga, fino ad Amirabad, a soli 1.200 chilometri di distanza, o anche meno dal porto russo più vicino, Makhachkala. Ma anche la Russia è in guerra e non può permettersi generosità. In altre parole, la potenza del regime è destinata a diminuire giorno dopo giorno senza esportazioni petrolifere, che possono essere bloccate a tempo indefinito, purché tutti gli altri possano continuare a esportare il loro petrolio. Date queste premesse, perché l'inazione? Perché quelle ottime truppe restano inerti? Temo che la risposta sia l'arrivo, anche per gli Stati Uniti, di quella che ho chiamato la "sindrome post-eroica". È il rifiuto, storicamente inedito ma ormai diffuso, di accettare il rischio di perdite umane, anche se pochissime, anche se giustificate dagli interessi più alti. Non è una questione di ideologia, perché trae origine dal drastico calo della fertilità femminile. Quando le madri abitualmente avevano tre figli o più, uno poteva andar perduto in combattimento ma la famiglia continuava a vivere. Oggi poche donne hanno due figli, figuriamoci tre. La fertilità media negli Stati Uniti è di appena 1,6, ben al di sotto del tasso di sostituzione di 2,1. E gran parte delle perdite in combattimento comporta l'estinzione di una famiglia. Di qui il drastico calo della tolleranza politica per le perdite di guerra.
Il 9 novembre 2022 il presidente Macron ha abbandonato l'Opération Barkhane, che a lungo aveva protetto gli immensi territori di cinque ex colonie del Sahel con poco più di 5.000 soldati francesi, per il timore che ne potessero cadere dieci. Putin combatte in Ucraina con mercenari, senza un solo coscritto russo. La semplice ipotesi che truppe NATO potessero garantire un cessate il fuoco in Ucraina, qualora mai se ne fosse negoziato uno, è bastata a scatenare puro panico in Italia, dove il 1° aprile 2025 il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto si sono presentati fianco a fianco davanti alle telecamere per escludere qualsiasi possibilità che soldati italiani venissero schierati in Ucraina, persino dopo un cessate il fuoco.
Per gli Stati Uniti, la sindrome post-eroica significa che se, mettiamo, mille militari americani venissero uccisi mentre finalmente si sconfiggono i pericolosissimi governanti iraniani, la ricompensa per il presidente Trump potrebbe essere una rapida rimozione dalla Casa Bianca per impeachment, con un numero sufficiente di voti repubblicani. Se è questo il motivo per cui i Marines e i paracadutisti restano inerti, allora è arrivato il momento di rivolgersi ai contractor, che non hanno da temere né elezioni né impeachment.