"Le attività cinetiche non possono partire dall'Italia senza autorizzazione governativa" spiega al Giornale il generale in congedo dell'aeronautica Vincenzo Camporini. Significa che gli americani non hanno il via libera, per far decollare dalle basi nel nostro Paese aerei da guerra che poi vanno a sganciare le bombe sull'Iran. I trattati prevedono l'utilizzo delle basi "per attività di supporto o logistiche che non hanno limite o bisogno di autorizzazioni specifiche" sottolinea Camporini. In questa categoria, molto ampia, ricadono i voli di ricognizione dei droni spia, che sono partiti da Sigonella o gli aerei cisterna per il rifornimento in volo decollati da Aviano dall'inizio del conflitto. Più delicato l'impiego di truppe presenti in Italia, come i "Soldati del cielo", della 173ma brigata aviotrasportata alla caserma Ederle di Vicenza, che sarebbero in stato di pre allerta. Nel 2003, durante l'invasione dell'Iraq di Saddam Hussein, un migliaio di paracadutisti di questa unità si lanciò in Kurdistan, come testa di ponte. "Allora abbiamo trovato un escamotage, una foglia di fico" ricorda Camporini, ai tempi vicecapo di stato maggiore della Difesa. "Era stato coinvolto anche il presidente Ciampi a capo del Consiglio supremo di difesa - spiega il generale in congedo - Ci fu un esame politico e si decise che i paracadutisti americani avrebbero dovuto fare uno scalo prima di venire lanciati nel nord dell'Iraq. In pratica non potevano andare a combattere direttamente decollando da Vicenza". In Italia abbiamo due basi aeree calde per la guerra in Iran, Sigonella e Aviano. Dalla Sicilia decollano i droni spia d'alta quota a lungo raggio MQ4 Triton, che si sono spinti fino a sorvolare l'isola di Kharg e il 4 marzo davanti a Bushehr. Disarmati possono restare in cielo per 24 ore a 16mila metri con un raggio di azione di 13mila chilometri. I Triton grazie a sensori e strumenti ottici d'avanguardia e all'intelligenza artificiale possono mappare il campo di battaglia e selezionare gli obiettivi. A Sigonella hanno fatto scalo il 19 marzo quattro Boeing di rifornimento KC-135 Stratotanker e sono decollati pure i P8 Poseidon, aerei di ricognizione marittima a lungo raggio, verso il Medioriente.
Aviano, in allerta Bravo plus, sarebbe già un hub per gli aerei cisterna impiegati nel conflitto secondo il Wall street journal. Il 25 marzo cinque E2D Hawkeye della Marina Usa, aerei radar per il controllo delle operazioni e i velivoli KC46 per il rifornimento in volo hanno fatto scalo in Friuli-Venezia Giulia. A Camp Darby, in Toscana, è concentrato il più grande arsenale di munizioni ed equipaggiamento al di fuori del territorio americano. Non è chiaro se questi rifornimenti possono venire spostati direttamente in teatro, senza autorizzazione italiana, alle forze impegnate contro l'Iran.
In Italia sono dispiegati 13mila militari Usa, che vanno aggiunti ai 21mila della VI flotta, con il quartier generale a Napoli e dislocata anche a Gaeta. In tutto una quarantina di navi con 175 aerei da combattimento e trasporto, che tengono d'occhio il Mediterraneo orientale.
Anche il famoso Muos, l'importante sistema di comunicazioni satellitari della Marina militare statunitense, a Niscemi, in Sicilia, collega centri di comando e controllo, droni, sottomarini nucleari, gruppi navali d'attacco, unità di fanteria e missilistiche impegnati in Medioriente.