Due decisioni arrivate in contemporanea. Anzi tre, da Palermo, Catania e Genova. Il tribunale di Palermo impone all'Italia di risarcire la ong Sea Watch per il blocco di sei mesi imposto ad una sua nave, quella guidata da Carola Rackete, che nel giugno 2019 aveva speronato una motovedetta delle Fiamme gialle ed era entrata in porto a Lampedusa con il suo carico di migranti. Un verdetto sorprendente ma non l'unico, perché nelle stesse ore l'ong tedesca vince, sia pure in fase cautelare, un'altra battaglia: il tribunale civile di Catania dispone l'annullamento del fermo stabilito dal prefetto della città siciliana il 25 gennaio scorso nella zona Sar libica per un intervento non concordato e nemmeno comunicato alle autorità di quel paese. Dal quartier generale dell'ong avevano obiettato di aver saltato le autorità di Tripoli per le continue violazioni dei diritti umani da parte di quel Paese, il prefetto aveva disposto fermo e multa per non aver rispettato le norme. Ma il giudice, sia pure in prima istanza perché l'udienza di merito si terrà il 2 marzo, ha revocato il provvedimento.
Così il caso Sea Watch spinge Giorgia Meloni a denunciare "una lunga serie di decisioni assurde" e a parlare di una "magistratura che si mette di traverso".
Meloni punge, rompe il linguaggio diplomatico e sottolinea i paradossi di sentenze che sembrano capovolgere il buonsenso.
È il capitolo immigrazione la prima linea dello scontro fra il partito dei giudici e la maggioranza, il tutto in un momento particolare perché si avvicina la data fatidica del referendum sulla separazione delle carriere, il 22 e il 23 marzo.
Meloni attacca, ma dopo Palermo ecco in poche ore Catania e pure Genova che tiene la stessa linea: anche qui il tribunale civile annulla in modo definitivo la sanzione inflitta alla Geo Barents, ex nave di salvataggio di Medici senza frontiere, nel settembre 2024.
In pochi giorni accade di tutto: c'è prima la vicenda dell'algerino portato nel Cpr in Albania; altro verdetto fatto a pezzi con l'aggiunta del risarcimento di 700 euro per "lesione della vita privata e familiare". Redouane L. aveva accumulato qualcosa come 23 condanne e un numero imprecisato di espulsioni, rimaste come spesso capita sulla carta. Alla fine, dopo un passaggio in carcere era stato in un Cpr, non in Italia, ma in Albania. E il Tribunale di Roma aveva spiegato che quella "deportazione" era impropria. Insomma, non stava in piedi.
Meloni ha stigmatizzato la frangia di giudici "politicizzati", ma i provvedimenti che contraddicono o superano le norme alzate dallo Stato non si contano più.
C'è stata un'altra diatriba davvero particolare: protagonista un giovane scappato dal Bangladesh dove aveva contratto un debito di circa 10mila euro e dunque era a rischio vendetta perché gli usurai non perdonano. La sua richiesta di protezione era stata respinta dalla Commissione di Forlì- Cesena ma il tribunale ha cancellato quel verdetto. Il punto è che il Bangladesh è considerato un Paese sicuro, e anzi a giugno dovrebbe entrare nel pacchetto dei Paesi sicuri con timbro della Ue.
Tutto ok? Sì, ma anche no, perché per i giudici di Bologna la storia va oltre le regole d'ingaggio stabilite da Palazzo Chigi e dalla Farnesina. Dunque, i magistrati si rivolgono in prima battuta alla Corte di giustizia dell'Unione europea per chiarire il rapporto fra le leggi di Roma e quelle di Bruxelles. E la Corte apre una breccia spiegando che la lista dei Paesi sicuri va bene ma questo non elimina il controllo giurisdizionale.
Ora il check è arrivato: la protezione viene accordata, tutto il dibattito sugli elenchi dei Paesi non a rischio, pure con il timbro della Ue, viene spazzato via da superiori esigenze umanitarie. Il braccio di ferro continua, la ricomposizione del quadro appare lontana. Sempre di più.