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Dai raid sul nucleare al cambio di regime: quattro opzioni Usa (e i rischi militari)

Il Pentagono ha messo a punto i piani di intervento possibili. Ma manca la super portaerei Ford. I timori di un'azione non risolutiva che aumenti il caos a Teheran

Dai raid sul nucleare al cambio di regime: quattro opzioni Usa (e i rischi militari)
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"Gli aiuti stanno arrivando. Prendete il controllo delle istituzioni". L'invito girato all'opposizione iraniana da Donald Trump fa capire che le opzioni d'intervento sono già sul tavolo dello Studio Ovale. E probabilmente non basterà a fermarle neanche l'avvertimento di una Russia che grida al possibile "disastro". I vertici del Pentagono e dell'intelligence hanno finito di metterle a punto nella giornata di ieri girando alla Casa Bianca un ventaglio di possibili azioni. Da quelle decisamente "forti" invocate dal Presidente a quelle puramente dimostrative studiate per regalare un po' di speranza ai dimostranti dopo i massacri della scorsa settimana. Alle opzioni s'aggiungono però i problemi. Politici e militari.

A farsi portavoce di quelli politici è il numero due JD Vance sempre attento agli umori di un mondo "maga" memore della promessa trumpiana di evitare le guerre "infinite" in cui si sono impantanati i suoi predecessori. I problemi militari non sono meno seri. Il trasferimento nei Caraibi della portaerei Gerald Ford e della sua squadra navale ha lasciato Washington senza una piattaforma autonoma da cui dirigere l'operazione iraniana. Un problema non da poco. Anche perché le basi in Qatar e in Iraq non sono esenti da problemi. Il primo è quello di essere nel raggio d'azione dei missili iraniani. Un inconveniente già affrontato lo scorso giugno quando le testate degli ayatollah colpirono il Qatar. Senza contare che né l'Emirato, né l'Iraq sembrano entusiasti di seguire gli Usa in questa operazione. Temono infatti un azione non risolutiva che gli lasci alla mercé della Repubblica Islamica. O peggio una decapitazione del regime seguita da un caos capace di destabilizzare l'intera regione.

Tutte ragioni che inducono alla prudenza molti analisti. Anche perché vanno allestite le contromisure per rispondere ai tentativi di colpire le basi Usa in Iraq, o peggio, Israele. Quest'ultima possibilità impensierisce soprattutto la Cia preoccupata da una reazione di Netanyahu che consentirebbe a Teheran di cavalcare il tema, sempre efficace, di una guerra sostenuta da Israele. Variabili che nell'ottica di Vance rischiano di trasformare il blitz in un ginepraio ed intrappolare l'America in un conflitto di medio o lungo termine. Anche per questo molti al Pentagono propongono di attendere l'arrivo di una squadra navale prima di passare alle maniere forti. Nel frattempo però Donald Trump non può tradire la promessa di difendere i dimostranti. Il bilancio di una repressione che in pochi giorni ha fatto migliaia di morti rappresenta un'aperta sfida alle parole del Presidente. La Casa Bianca potrebbe dunque scegliere la via di una risposta immediata, ma graduale accompagnata se necessario da qualche forma di trattativa.

In questo scenario gli Stati Uniti potrebbero limitarsi a lanciare operazioni di guerra cibernetica accecando le forze coinvolte nella repressione, tagliando le loro linee di comunicazione e garantendo all'opposizione i collegamenti a Starlink. Ma se i negoziati non portassero a nulla la guerra informatica lascerebbe posto a massicci raid sui siti nucleari, sui bunker usati dai vertici del regime e sulle caserme dei pasdaran. Anche la più drastica delle opzione lascia aperto però un interrogativo inquietante. Fin qui l'intelligence americana ha scommesso sulla capacità del figlio dello Scià Reza Pahlevi di spingere alla defezione alcuni reparti dell'esercito e delle forze di polizia.

Ma che fare se la promessa di Pahlevi non si avvererà e i dimostranti non riusciranno a ribaltare il regime? Perché in quel caso la responsabilità di averli mandati allo sbaraglio peserebbe inevitabilmente sulle spalle del Presidente.

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