D'Alema ora scalpita: "Pronti a uscire dal Pd". Ma cerca solo dei seggi

Dietro le minacce una manovra per garantire poltrone ai suoi. Come già fatto dai bersaniani

D'Alema ora scalpita: "Pronti a uscire dal Pd". Ma cerca solo dei seggi

Una «altra lista» se Matteo forzerà la mano e farà cadere il governo amico. Un altro partito de sinistra che, assicura, «supererebbe il dieci per cento» se l'ex premier porterà il Paese al voto senza dare il tempo al Parlamento di armonizzare le leggi elettorali e senza convocare il congresso. Un'altra sfida di Massimo D'Alema al segretario: non ci sottovaluti o per lui, «diciamo», saranno guai seri, non provi a scaricarci o può scordarsi, non solo il magico 40 per cento, ma pure che il Pd resti il primo partito. Renzi però non sembra molto spaventato. «È stata l'assemblea del 18 dicembre a chiedere di non fare un congresso straordinario e di rispettare i tempi previsti dallo statuto. Quando uno fa parte di una comunità deve seguirne le regole, no?».

Max comunque è all'attacco. Non è chiaro se vuole proprio rompere, se ha intenzione di mettere davvero in piedi una specie di Rifondazione Ds. Un avviso di sfratto? Un ritorno in campo? «Io sono in pensione», dice. Più probabilmente la sua è una manovra tattica, una forma di pressione per ottenere una congrua rappresentanza per i suoi uomini alle prossime elezioni, quando saranno, evitando che Renzi riservi solo ai fedelissimi i posti nelle liste bloccate, condannando le minoranze alla marginalità. E visto che su questo argomento i bersaniani di Speranza starebbero già trattando con Matteo, lui cerca di non essere fatto fuori.

Così alza la voce, evocando la nascita di un rassemblement fuori dal Pd. E stavolta non sarebbe, avverte, una scissione dell'atomo. «Se nasce un nuovo partito della sinistra in Italia, in modo serio, coinvolgendo le forze che penso siano disponibili a farlo, certamente supererebbe il dieci per cento dei voti. Abbiamo fatto fare delle ricerche che lo confermano». E, giura, sotto non ci sono ambizioni personali. «Non penso all'ex premier dalla mattina alla sera, mi rattristerei. Non ho nemmeno proposto una scissione, ci sono tra i tre e i cinque milioni di elettori di sinistra che non votano più per il Pd, quelli si sono già scissi. Però ha ragione Michele Emiliano quando dice che sarà Renzi che la farà, se non celebrerà il congresso, sarà lui che imporrà una frattura nel partito».

Però, conclude D'Alema, la spaccatura è nei fatti. «Io ho proposto che si discuta seriamente una legge elettorale non proporzionale che aiuti la governabilità, che il governo operi. A nessuna di queste proposte si è risposto, solo insulti, solo dichiarazioni demonizzanti, che razza di partito è questo».

Un partito che Renzi, pare sempre più insofferente al clima di congiure, sta tentando di normalizzare. La grande trattativa, condotta dal segretario e dai suoi tre plenipotenziari, Delrio, Orfini e Rosato, è già partita: posti sicuri nelle liste in cambio del via libera alle elezioni anticipate entro la fine di giugno. Quando Matteo riunirà la direzione per dichiarare concluso il lavoro del governo Gentiloni, mettendo il capo dello Stato di fronte al fatto compiuto, non vuole certo sorprese ma un Pd che lo segua unito e blindato.

Così il negoziato prevede al primo punto, per depotenziare eventuali resistenze di big, che tutti i ministri in carica, vengano ricandidati con una deroga alla statuto anche se avranno superato il tetto delle tre legislature. Il secondo punto riguarda il patto di ferro da stringere con Dario Franceschini, ago della bilancia nei rapporti di forza interni. Al ministro dei Beni Culturali saranno promessi quaranta seggi sicuri e un inserimento, insieme a Gentiloni e Delrio, nella rosa dei tre nomi che farà a Mattarella in caso il Pd non dovesse raggiungere il 40 per cento. E la sinistra interna? Si tratta ancora, ma al Nazareno dicono che Renzi, dopo aver lavorato per separare D'Alema dai bersaniani, adesso si stia stufando.

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