Il deputato che si mise in mutande: così ha fatto "condannare" Speranza

Marcello Gemmato (Fdi) in politica sin dall'Università. Con Bignami ha trascinato il ministero della Salute al Tar, vincendo la causa sul "piano segreto"

Il deputato che si mise in mutande: così ha fatto "condannare" Speranza

Da qualche parte ci deve ancora essere il video di quel blitz degno di nota. Molti anni fa, di fronte all’Università di Bari, un giovane studente rimase in mutande davanti alle telecamere di Striscia la Notizia per denunciare gli sprechi sulle spese telefoniche in Ateneo. Un caso eclatante, che fece discutere e sicuramente sorridere. Il ragazzo in déshabillé, oggi uomo, è un deputato della Repubblica italiana, farmacista professionista ed esponente di Fratelli d’Italia.

Attenzione. L’aneddoto non è canzonatorio, anzi. Serve a spiegare la personalità di Marcello Gemmato e di quella “generazione Atreju” di cui fa fieramente parte: racconta un modo di fare politica col cuore, passionale, a volte pure un po' folle. Pugliese, classe 1972, Gemmato si avvicina alla politica per tradizione familiare. Papà è un “almirantiano” di ferro, appassionato di politica, che ai figli trasmette “il rispetto delle regole, l’amore per la famiglia e la dedizione al lavoro”. Il fratello Nicola invece fa il sindaco di Terlizzi, paese alle porte di Bari e luogo dell'infanzia di Nichi Vendola, al tempo della sconfitta elettorale ancora potente governatore della Regione. Uno smacco mica da poco. Dal canto suo Marcello segue tutto il cursus honorum politico della militanza, tradizione che - dopo anni di paracadutati - nel centrodestra si era un po’ persa: rappresentante di istituto alle superiori, presidente del Fuan e di Azione Universitaria, eletto consigliere di corso di laurea, di facoltà, componente del Senato Accademico e infine consigliere comunale a Bari. “Sempre a destra”.

Che poi a dire il vero gli anni clou sono quelli del Pdl, che a definirlo un partito “di destra” si fa non poca fatica. Quella parentesi fu però una “strana illusione” cui si dedicò per amore di An. “Avevamo la speranza di creare un partito popolare di destra con idee e valori”, dice oggi Gemmato al Giornale.it. Le cose poi sono andate come sappiamo. Quando Fratelli d’Italia sembrava l’ennesima formazione destinata all’irrilevanza, e lui era co-coordinatore del Pdl col posto a Montecitorio assicurato, Marcello decise di “seguire il cuore e andare con Giorgia”. L’affetto per Meloni è viscerale: “Coerente, umana, preparata, carismatica, leader vera: è brava, prima ancora di essere donna”. Altro mondo rispetto a Fini? “Lui strappò derogando alle sue idee - spiega - puntò al centro e divenne uno strumento nelle mani della sinistra per far cadere Berlusconi. La storia ci ha dato ragione: lui ora è finito in un cono d’ombra, noi invece…”.

Invece Gemmato ora siede in Parlamento, mica robina da poco, anche se arrivarci gli è costata più di un’ulcera politica. Torniamo al 2013. FdI lo candida come capolista in Puglia alle spalle di Meloni e La Russa. La leader ovviamente verrà eletta altrove e anche La Russa al povero Gemmato aveva promesso di fare altrettanto: dimettersi per lasciargli il posto. Gli accordi erano questi. Poi però qualcosa va storto e La Russa gli “scippa il posto”. “Lo sgarbo è ormai superato - assicura Gemmato - Però avrei potuto avere una sbandatura, avevo accusato il colpo, ma la coerenza ha un prezzo e sebbene avessi subito un torto decisi di rimanere nelle fila del partito”. Ora che a Montecitorio c’è arrivato, ed è un dirigente di FdI, agli esponenti locali che litigano tra loro ricorda sempre lo smacco ricevuto: “Peggio di quello che hanno fatto a me, è quasi impossibile”.

Il suo modo di fare politica si instaura in una logica orizzontale di comunità. In una parola: militanza. L’ideale di Gemmato è quello di una “destra sociale, popolare e nazionale”. Aperti alle interlocuzioni, ma “con i piedi ben saldi sui valori”. Chi lo conosce bene lo definisce un “amico esigente, spesso spigoloso e molto pignolo”. Di sicuro “uno che non molla”. Appena eletto consigliere comunale a Bari, per dire, si trovò nel mezzo di un caso politico: Michele Emiliano, allora sindaco, fece uno sgarbo all’aula aprendo il dibattito subito dopo il suo discorso invece di rinviare la seduta. “Il mio capogruppo - racconta Gemmato - decise allora di dare il via all’ostruzionismo, obbligandoci tutti a parlare per almeno un’ora a testa. Mi alzai in piedi, con le gambe che mi tremavano dall’emozione, ma riuscì a tenere ben 59 minuti consecutivi di intervento. Da qualche parte devo avere ancora una cassetta…”.

È con la stessa ostinazione che Gemmato negli ultimi mesi si è messo in testa di ottenere un po’ di trasparenza dal ministro Speranza. Insieme al collega Galeazzo Bignami, che ormai i nostri lettori dovrebbero conoscere bene, ha trascinato il ministero della Salute in tribunale, l’ha fatto condannare dal Tar e l’ha costretto a rendere noto il “piano segreto” anti Covid. “Ci sono dei buchi oscuri nella gestione del coronavirus - spiega Gemmato - Ed è inaudito che un dicastero nasconda documenti così importanti a due parlamentari, di cui uno pure segretario della Commissione Sanità”. La battaglia legale non è ancora finita, e il testardo duo Gemmato-Bignami andrà avanti. Perché in fondo la politica è crederci fino in fondo. Altrimenti non ti spoglieresti in mutande di fronte all'Università.

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