Saletta d'attesa all'aeroporto di Fiumicino nel day after della presentazione della legge elettorale. C'è nebbia, l'aereo ritarda e l'ex ministro Maurizio Lupi e il leghista Stefano Candiani si interrogano sulla scelta di presentare la nuova legge elettorale nel bel mezzo della campagna referendaria. "Va bene così - spiega sicuro il leader di Noi moderati - perché se l'avessimo presentata dopo, in caso di sconfitta del Sì, sarebbe stata interpretata come un fallo di reazione". Candiani non è convinto e dà voce ai dubbi del Carroccio. "Diamo però la sensazione - ribatte - di considerare il referendum già perso. Quelli già li vedo utilizzare questa legge strumentalmente per gridare alla svolta autoritaria. Se poi l'idea è di andare ad elezioni in caso di vittoria del No per non essere sottoposti al trattamento della patata cotta a fuoco lento, chi ti dice che Mattarella sarà d'accordo? È lui che scioglie il Parlamento".
Nebbia a Fiumicino. Nebbia nella politica italiana avvolta dalle mille congetture che accompagnano una nuova legge elettorale che a seconda delle simpatie assume mille nomi: "stabilicum", "donzellum", "ipocritellum", "panichellum", "porcellissimus". Il capo dei deputati azzurri, Barelli, firmatario della legge ammette che sull'opportunità di presentarla ora c'erano "due scuole di pensiero" nella maggioranza, come del resto anche su alcuni aspetti del progetto: "Io ad esempio sono a favore delle preferenze". Luciano Ciocchetti, ex dc finito alla corte della Meloni, invece, si ispira alla saggezza scudocrociata. "Non capisco la strategia - osserva - l'avrei presentata dopo il referendum, sicuramente gli hai dato un argomento in più per farti rompere le scatole". Un'opinione che ritrovi pure nei rilievi che il ministro Giorgetti avrebbe esternato con alcuni parlamentari leghisti: "Presentarla adesso è un segno di debolezza. Specie alla Lega il proporzionale fa male. Rischiamo di scomparire".
Insomma, i dubbi non mancano. Giovanni Donzelli, mente della macchina organizzativa di Fratelli d'Italia, li spazza via. "Intanto la legge elettorale - spiega - con il referendum non c'entra un tubo. Inoltre non possono considerarla una svolta autoritaria perché oggi governiamo con il 61% dei seggi in entrambi i rami del Parlamento e invece la nuova legge non ci permetterebbe di andare oltre il 60%. In più l'abbiamo presentata adesso proprio per non strozzare il confronto con l'opposizione e per rispettare le indicazioni del Colle che secondo indiscrezioni di stampa vorrebbe che fosse approvata in tempi tali da dar modo alle forze politiche di organizzarsi: già ora non riusciremmo a vararla prima dell'autunno".
Queste sono le intenzioni ma, come si dice, tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. La scelta di aprire i giochi della legge elettorale è stata dei tre "leader maximi" del centrodestra nella convinzione, come confida il presidente della commissione che se ne occuperà, Nazario Pagano, che "al Pd piace anche se non lo dicono pubblicamente". Anche se fosse, però, utilizzare l'argomento in una campagna referendaria incerta è un'occasione troppo ghiotta per la Schlein e i suoi. Infatti, nel "campo largo", tempo dodici ore, è stato subito agitato il fantasma dell'"autoritarismo". "È un altro pezzo del disegno - si infervora Franceschini - : non vogliono governare, vogliono comandare. Il paese chiamò legge truffa quella del 1953, che conteneva una norma innocente: un premio a chi raggiungeva il 50,1%, non il 40% di questa legge truffa". Il capo dei senatori Boccia quasi gongola: "Ci hanno dato un assist. Non ci volevo credere, un autogol. Forse li abbiamo sopravvalutati per due anni. O forse la Meloni, che è nervosa, ha voluto avere un accordo subito con la Lega che scalpita". "Ci hanno apparecchiato la tavola - ammette Furfaro - e noi ci faremo la campagna su".
Neppure i partiti di frontiera tra i due poli sono convinti. Renzi rinfaccia alla premier di aver cambiato idea sulle preferenze: "Giorgia parla dell'Italicum ma lì c'erano le preferenze mentre nella sua legge no". Ma soprattutto la sortita ha messo in ambasce quelli che a sinistra sono per il Sì . "Per una legge che sarà bocciata dalla Consulta - lamenta Ceccanti, un paladino della riforma della giustizia - hanno dato la stura alla campagna del No. Dilettanti allo sbaraglio!". Calenda, altro sostenitore del Sì, è ancora più tranchant. "È la prova - è il suo ragionamento - che il governo considera il referendum già perso. Il tutto per una legge elettorale che consegna la Meloni a Vannacci".
Nebbia e ancora nebbia.
Renzi ha provato a diradarla con i suoi facendo in sintesi questo ragionamento: la Meloni si blinda anche nel caso di sconfitta del Sì; mettendo subito in campo il confronto sulla legge elettorale dà una prospettiva al governo fino a marzo o aprile del prossimo anno; chi vincerà il referendum? Sulla carta il Sì dovrebbe essere in vantaggio ma chi lo sa. Appunto, è tutto appeso ad un indovinello.