Il dilemma della didattica a distanza: uno su 2 non studia, ma -35% di contagi

Incidono mezzi di trasporto e ritrovi extra scolastici. Ma i ragazzi da casa non sanno più compiere delle scelte e superare i test

Il dilemma della didattica a distanza: uno su 2 non studia, ma -35% di contagi

La didattica a distanza permette di ridurre i contagi del 35% ma crea problemi di apprendimento a uno studente su due. Insomma, ogni scelta è una coperta troppo corta: se si guadagna in salute e sicurezza sanitaria, si perde in istruzione e motivazione degli alunni. E viceversa.

L'emergenza di questi giorni impone una decisione d'urgenza ma, sul lungo periodo, andranno anche arginate e compensate le conseguenze sul curriculum scolastico dei ragazzi. L'Invalsi ha condotto una ricerca sulla condizione di partenza della scuola italiana all'arrivo della pandemia. Emerge che per più di sei bambini su dieci le lezioni da remoto sono state una prova proibitiva poiché solo il 36% era in condizioni accettabili per affrontarle. Dato che sale al 48% alle medie e al 66% alle superiori. Il calo del rendimento è stato riscontrato soprattutto nei ragazzi che si sono connessi da case piccole, magari costretti a condividere spazi e wi-fi con fratelli e genitori in smart working, e quindi poco concentrarti.

Ma non si possono fare sconti, non ora, e la decisione di chiudere le aule è necessaria, seppur dolorosa. A dirlo è anche un algoritmo formulato da Giovanni Sebastiani, primo ricercatore dell'Istituto per le applicazioni del calcolo «Mauro Picone» del Cnr. «L'indice Rt - spiega il matematico - diminuisce del 35% quando si passa dalla didattica in presenza a quella a distanza. Le misure restrittive del periodo natalizio ci hanno permesso di passare dal 13% dei positivi all'8%, lasciando chiuse le scuole saremmo arrivati al 3%». Da qui la sua considerazione, lapidaria: avremmo già dovuto chiudere prima. «È stato un grosso errore riaprire le scuole sia a ottobre sia adesso. Aumentano gli studi che mostrano il nesso causale tra l'attività didattica in presenza e l'aumento della diffusione del virus. Le regioni che hanno ritardato l'inizio delle scuole sono quelle che hanno avuto un minore aumento percentuale della crescita delle terapie intensive».

Il problema non è l'attività scolastica in sè: la maggior parte degli istituti riesce a rispettare le norme di sicurezza all'interno delle aule. Il guaio è tutto ciò che ruota attorno alla scuola, prima e dopo le lezioni: i pullman e i vagoni della metropolitana, le attività extra scolastiche, i ritrovi fuori dagli istituti, i ragazzi che (quando non sono controllati) abbassano la mascherina anche quando sono in gruppo. «Convincere le persone che bisogna mettere in atto misure restrittive quando sembra che non sia necessario non è facile - ammette Sebastiani - però mettere in atto le stesse misure in ritardo di due settimane comporta che, per avere un effetto benefico, la durata delle misure si allunghi». E allora d'accordo, chiediamo un ulteriore sacrificio ai nostri figli: ancora computer, ancora amici visti solo nelle finestrelle dello schermo, ancora distanza. Ma si tenga conto dello strappo sociale che si sta creando: in base a una fotografia scattata dalla fondazione Openpolis sulla povertà educativa, emerge che la pandemia (e la Dad) non hanno fatto altro che accentuare un problema che, sotto traccia, già esisteva: la difficoltà a poter decidere liberamente il proprio percorso di studio, compromessa per il 54% degli alunni di terza media con famiglie svantaggiate. Le ambizioni vengono chiuse in un cassetto perché spesso i genitori non sono in grado o non possono permettersi di suggerire ai figli percorsi di studio ampi e lungimiranti. Se crolla anche la motivazione dei ragazzi quella percentuale rischia di salire.

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