"Dipendere da altri? Meglio poco e subito. Il vizio degli italiani è fare il lavoro altrui"

Il fondatore di Luxottica non aveva rimpianti: "Solo quando vedo qualcuno con altri occhiali. Il successo è merito di chi lavora per me"

"Dipendere da altri? Meglio poco e subito. Il vizio degli italiani è fare il lavoro altrui"

«Una volta essere garzoni era diverso, oggi c'è il rispetto ma allora non ti chiamavano neanche per nome». Leonardo Del Vecchio l'esperienza da garzone, in un negozio di medaglie e distintivi, l'ha fatta per tre anni e mezzo da ragazzino. Quel garzone è poi diventato uno dei più brillanti esponenti del capitalismo italiano: dall'impero costruito con la sua Luxottica, alle partecipazioni in Generali e Mediobanca.

Un uomo famoso per l'etica del lavoro e l'amore per la sua creatura: «Luxottica non mi hai mai dato rimpianti, l'unico rimpianto che ho è quando incontro qualcuno per strada con addosso un occhiale che non è nostro».

Partito da un collegio a cui era stato affidato da bambino, pezzo dopo pezzo ha messo in piedi un colosso dell'occhialeria mondiale. In Luxottica la venerazione per Del Vecchio è palpabile. E lui non ha mai perso occasione per coccolare i suoi dipendenti: «Anche dopo di me, ci sarà sicuramente qualcuno che farà andare bene l'azienda», ha detto in una recente videointervista. «La cosa che più mi preoccupa è che non succeda, un domani, una crisi che crei problemi ai miei dipendenti, loro sono stati una leva importante per la crescita di Luxottica».

La sua è una carriera imprenditoriale caratterizzata da una grande paura, che ha raccontato così: «Ho sempre odiato dipendere dagli altri, ho sempre preferito il poco e subito ma che fosse determinato da me». Questa è un aspetto che ha profondamente segnato anche le tappe di sviluppo della sua azienda, passata da semplice terzista, a diventare un produttore di occhiali e poi anche un distributore. «Un anno un nostro fornitore americano venne da noi e ci ordinò meno occhiali per la stagione successiva», raccontò una volta Del Vecchio. «Cominciai a pensare che anche gli altri distributori avrebbero potuto farci uno scherzo simile. Così decisi di comprare i distributori che più mi piacevano, che poi era l'ultimo passo per arrivare direttamente al pubblico». Poco importa se poi ci sono voluti quattro anni per tornare a vendere bene in America il marchio Ray-Ban, uno dei più famosi dell'azienda fondata ad Agordo nel 1961.

Lui, che di figli ne ha avuti sei, non ha mai voluto che sedessero con lui nel cda. «I figli non devono avere responsabilità apicali in azienda», ha spiegato. «La ragione è molto semplice, un manager lo puoi licenziare, anche se costa parecchio, un figlio no». Una scelta strana per il Paese del capitalismo familiare, ma che rivela la parte innovativa e più forte del suo carattere. Anche nella partita delle Generali, a cui anche di recente avrebbe voluto cambiare governance insieme a Francesco Gaetano Caltagirone, non ha mai risparmiato opinioni puntute. Nel 2012, infatti, lasciò il cda del Leone, per poi arrivare a criticare pesantemente la gestione dell'allora ad Giovanni Perissinotto. «Sono uscito dal consiglio delle Generali perché quando da assicuratori si vuole diventare finanzieri non si fa un buon servizio all'azienda. Purtroppo è un vizio nazionale: tutti vogliono fare il mestiere di altri».

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