Quel discorso di Berlusconi acclamato al Congresso Usa

Nell'identikit del futuro presidente della Repubblica occorrerà anche una vasta esperienza internazionale e una rete di relazioni. Nel 2006 l'allora presidente del Consiglio ebbe il privilegio di cementare le realzioni tra i due Paesi a Washington

Quel discorso di Berlusconi acclamato al Congresso Usa

A poche settimane dall'elezione del presidente della Repubblica, si moltiplicano gli identikit del futuro capo dello Stato. Pochi però si soffermano su un aspetto primario: l'esperienza in politica estera e il possesso di una vasta rete di contatti e riferimenti. Se si invoca anche un «patriota», il pensiero torna a quell'1 marzo del 2006 in cui l'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi venne invitato come ospite d'onore a parlare al Congresso Usa a Washington in sessione plenaria. Prima del leader azzurro l'onore per l'Italia era toccato solo esponenti della Prima Repubblica: tre premier (De Gasperi, Craxi, Andreotti) e due capi dello Stato (Gronchi e Segni). L'intervento di Berlusconi, durato 25 minuti, fu interrotto 18 volte dagli applausi scroscianti. Si unirono all'ovazione anche numerosi parlamentari democratici, tra i quali l'allora senatrice Hillary Clinton, futuro segretario di Stato.

Signor Presidente, Signor Vice Presidente alla Camera dei rappresentanti, Signori membri del Congresso, è per me uno straordinario onore essere stato invitato a pronunciare questo discorso nel luogo che è uno dei massimi templi della democrazia. Parlo in rappresentanza e a nome di un Paese che nei confronti degli Stati Uniti d'America ha un'amicizia profonda, che agli Stati Uniti si sente legato da vincoli plurisecolari. Una parte importante dei cittadini americani ha origini italiane. Per loro l'America è stata una terra di opportunità che li ha accolti generosamente ed essi hanno contribuito con il loro ingegno e con il loro lavoro a rendere grande l'America. E sono orgoglioso di vedere quanti cittadini di origine italiana sono oggi membri del Parlamento della più grande democrazia del mondo. Per la generazione di italiani alla quale appartengo gli Stati Uniti rappresentano il faro della libertà e del progresso civile ed economico. Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver salvato il mio Paese dal fascismo e dal nazismo a costo del sacrificio di tante giovani vite americane. Sarò sempre grato agli Stati Uniti perché nei lunghi decenni della Guerra fredda hanno difeso l'Europa dalla minaccia dell'Unione Sovietica. Impegnando ingenti quantità di uomini e di mezzi finanziari in questa battaglia vittoriosa contro il comunismo gli Stati Uniti permisero a noi europei di destinare risorse preziose alla ripresa e allo sviluppo della nostra economia. Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver aiutato il mio Paese a vincere la povertà e a conseguire crescita e prosperità dopo la Seconda Guerra Mondiale grazie alla generosità del Piano Marshall. Ed oggi sono ancora grato agli Stati Uniti che continuano a pagare un alto prezzo in termini di vite umane nella lotta contro il terrorismo, per la sicurezza comune e per la difesa dei diritti umani in tutto il mondo. Quando guardo la vostra bandiera, non mi stancherò mai di ripeterlo, non vedo soltanto la bandiera di una grande democrazia e di un grande Paese, ma vedo soprattutto un simbolo, un messaggio universale di democrazia e libertà. Signor Presidente, questi sentimenti hanno ispirato tutta la mia attività politica e l'azione dei governi che ho avuto l'onore di guidare.

Gli Stati Uniti hanno sempre potuto contare su un alleato solido e leale, pronto ad assumersi la responsabilità di essere al vostro fianco per la difesa della libertà. Lo abbiamo dimostrato dovunque l'impegno concreto dell'Italia sia stato necessario. Ne siamo profondamente orgogliosi. Sono 40.000 i militari italiani destinati esclusivamente alle missioni di pace. In Afghanistan abbiamo ora il comando della missione ISAF della Nato. In Irak siamo impegnati in compiti di pacificazione e di costruzione della democrazia. Nei Balcani abbiamo assunto il comando delle missioni in Kosovo e in Bosnia Erzegovina. E siamo anche in Medio Oriente, in Sudan ed in altre parti del mondo, là dove si sono aperte delle ferite che occorre sanare. Signor Presidente, prima degli atroci attentati dell'11 settembre i Paesi occidentali vivevano nella certezza della propria sicurezza. Vivevano nella certezza che nulla, dopo il crollo del Muro di Berlino, avrebbe potuto interferire con la loro vita civile e democratica. Nel 2001, appena insediato il mio secondo governo, mi trovai a presiedere il vertice G8 di Genova. Terminati i lavori previsti dall'agenda del Vertice, la cena conclusiva divenne una cena tra amici. Io mi tirai un po' indietro dal tavolo quasi come un osservatore esterno, per godermi il dialogo cordiale che si svolgeva tra i leader dei più grandi Paesi industrializzati del mondo. Il Presidente Bush conversava amabilmente con il Premier giapponese Junichiro Koizumi. Pearl Harbour e Hiroshima erano definitivamente lontani. Il Primo Ministro Blair scherzava con il Cancelliere Schroeder. E poi ancora il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin si intratteneva amichevolmente con il Presidente Bush. La tragedia della Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda, durata così tanti anni, erano lontane e dimenticate. Io provai, dentro di me, una grande felicità.

Pensai che il mondo era davvero cambiato e come era diverso e in pace il mondo che consegnavamo ai nostri figli. Per loro si era aperta una nuova epoca di pace duratura. E invece pochi mesi dopo accadde l'impensabile. L'11 settembre ha segnato l'inizio di una guerra completamente diversa rispetto a quelle che hanno insanguinato l'umanità nei secoli passati. Non un conflitto tra Stati, non uno scontro di civiltà, poiché non si tratta di un attacco dell'islam all'Occidente. L'islam moderato alleato delle democrazie occidentali è anch' esso nel mirino dei terroristi. Si tratta di un attacco da parte del fondamentalismo radicale che usa il terrorismo contro l'avanzare della democrazia nel mondo e contro il dialogo tra le civiltà. Le democrazie occidentali si trovano di fronte all'attacco di organizzazioni fanatiche che colpiscono persone inermi e minacciano i valori fondamentali su cui si fonda la nostra civiltà. I governi democratici devono adempiere ad un compito enorme: difendere la sicurezza dei loro cittadini e garantire la loro «libertà dalla paura». Questa è la nuova frontiera della libertà. Signor Presidente, io sono profondamente convinto che per difendere questa frontiera oltre al generoso impegno del vostro grande Paese, sia necessaria una grande alleanza di tutte le democrazie. Io credo che solo unendo gli sforzi delle democrazie di tutti i continenti riusciremo a liberare il mondo dal pericolo del terrorismo internazionale e dalla paura dell'aggressione da parte delle forze del male. La battaglia perla libertà dalla paura non è una battaglia a vantaggio soltanto dei cittadini dei Paesi che già vivono nella democrazia. È soprattutto una battaglia a vantaggio di quanti oggi vivono sotto regimi autoritari e illiberali. La storia ha dimostrato che l'aspirazione alla democrazia è universale e che libertà e democrazia sono positivamente contagiose. Quando i popoli sono esposti al vento della democrazia essi inevitabilmente rivendicano i propri diritti di libertà nei confronti dei loro governanti.

Voi lo sapete bene perché il vostro Paese è il principale promotore di questo vento di libertà. Ma c'è un altro motivo non meno importante per cui si impone una strategia comune da parte di tutte le democrazie. Le previsioni delle Nazioni Unite ci dicono che nei prossimi 25 anni avremo un ulteriore aumento della popolazione di 2 miliardi di persone, ma saranno 2 miliardi di persone che in massima parte nasceranno e si troveranno a vivere in Paesi che oggi sono esclusi dal benessere. Da una parte ci saranno quindi 6 miliardi di esseri umani che vivranno in condizioni di povertà e dall'altra parte meno di 2 miliardi di uomini che vivranno nel benessere. Si svilupperà inevitabilmente una fortissima pressione migratoria. Per evitare che questo avvenga e ancor di più, che la fame e la disperazione possano generare odio ed essere strumentalizzate dal fondamentalismo non c'è altra soluzione che quella di far uscire questi Paesi dalla miseria e avviarli verso il benessere. È un nostro dovere morale ma è anche un nostro interesse vitale. Questo sarà possibile soltanto diffondendo e facendo crescere la democrazia. Tutti i nostri sforzi devono quindi essere indirizzati a far crescere in questi Paesi istituzioni che garantiscano il buon governo, lo Stato di diritto, il rispetto dei diritti umani e un'economia di libero mercato. Solo con la democrazia infatti si può avere la libertà. E solo la libertà garantisce che gli individui possano sviluppare i propri talenti, possano mettere a frutto le loro energie, possano realizzarsi e conquistare il benessere. Non c'è quindi davanti a noi nessun'altra strada possibile se non quella di impegnarci tutti insieme, per diffondere la democrazia nel mondo. Il governo da me guidato ha sempre operato con tenacia per una grande alleanza di tutte le democrazie. Ed è per questo che ho sostenuto con convinzione l'iniziativa del Presidente Bush di istituire un Fondo per la democrazia in seno alle Nazioni Unite. Per queste ragioni, lo ripeto, sono convinto che lo sforzo che ci attende da qui in avanti è quello di promuovere in tutti i Paesi la cultura dei diritti dell'uomo e delle sue libertà fondamentali. Signor Presidente, per condurre vittoriosamente questa missione è necessario innanzitutto che i legami tra Unione Europea e Stati Uniti, tra le due sponde dell'Atlantico, si mantengano forti e solidi. Proprio perché persuaso di questa esigenza mi sono impegnato in una decisa e continua azione diplomatica e politica nei confronti dei miei colleghi europei affinché, in occasione della vicenda irachena, l'Unione Europea non indebolisse i suoi legami con gli Stati Uniti d'America.

Per lo stesso motivo non possiamo ignorare il pericolo che l'identità dell'Europa unita si definisca in contrapposizione all'America. La necessaria integrazione politica ed istituzionale dell'Europa non deve significare una «Fortezza Europa», chiusa al mondo nell'illusione di conservare così il proprio benessere e la propria libertà. Una concezione dell'unità europea improntata ad una velleitaria autosufficienza sarebbe moralmente sospetta e politicamente pericolosa. Una divaricazione o peggio una contrapposizione tra gli Stati Uniti e l'Europa non avrebbe alcuna giustificazione e comprometterebbe la sicurezza e la prosperità del mondo intero. L'Occidente è e deve restare uno solo: non ci possono essere due Occidenti. L'Europa ha bisogno dell'America e l'America ha bisogno dell'Europa. Questo è vero sul piano politico, sul piano economico e sul piano militare. È quindi assolutamente necessario, anzi è fondamentale sostenere e rinvigorire l'Alleanza Atlantica, l'alleanza che per più di mezzo secolo ci ha garantito la pace nella libertà. Da «alleanza di difesa» la Nato sta progressivamente diventando un'organizzazione di sicurezza. Mentre le alleanze difensive sono esclusive, cioè create per proteggersi dalle minacce di altri blocchi, le organizzazioni che proteggono la sicurezza devono essere inclusive, perché sono tanto più efficaci quanto maggiore è il numero dei Paesi che ad esse aderiscono. È proprio per queste ragioni che mi sono battuto affinché si desse vita al Consiglio NATO-Russia coinvolgendo la Federazione Russa nell'architettura di sicurezza del mondo libero. Sono orgoglioso di aver lavorato insieme al Presidente Bush e al Presidente Putin affinché questo avvenisse e affinché questa storica decisione che confermò definitivamente l'adesione della Federazione Russa all'Occidente ed ai suoi valori trovasse poi consacrazione proprio in Italia, allo storico Vertice di Pratica di Mare. Quel giorno del 2002 ha segnato la fine dell'incubo dell'annientamento reciproco di due blocchi armati e contrapposti, un incubo durato più di mezzo secolo. La NATO deve quindi restare lo strumento fondamentale per garantire la nostra sicurezza. Per questo le nuove capacità di Difesa Europea devono essere complementari a quelle della NATO.

Insieme, NATO ed Unione Europea devono essere gli strumenti della democrazia per garantire la sicurezza nel mondo ormai globalizzato. Mi sono sempre adoperato per conseguire questo obiettivo che considero strategico e continuerò a farlo. In tale quadro le Nazioni Unite dovranno recuperare un ruolo centrale grazie ad un processo di riforme che le rendano più efficienti per rispondere alle nuove sfide del millennio. Signor Presidente, i nostri valori di democrazia e di libertà hanno condotto l'Occidente ad assicurare ai nostri popoli una prosperità che non ha eguali nella storia dell'umanità. La storia ha dimostrato che soltanto la democrazia consente una solida economia di mercato perché libertà politica e libertà economica sono due facce della stessa medaglia. Siamo tuttavia consapevoli che vi sono Paesi del mondo che si stanno aprendo all'economia di mercato, ma nei quali non vi è ancora né autentica democrazia, né un sufficiente rispetto dei diritti dell'uomo. Questo impone ai Paesi più sviluppati e democratici di operare con determinazione affinché ovunque l'apertura al libero mercato si accompagni alla crescita delle istituzioni democratiche e al rispetto dei diritti dell'uomo. L'economia di mercato è sempre un motore formidabile per favorire la trasformazione dei Paesi con regimi autocratici o autoritari in vere e proprie democrazie. L'azione per l'espansione dell'economia di mercato nel mondo è quindi una parte essenziale dell'azione per l'affermazione dei nostri valori, per l'affermazione della libertà, per un mondo più sicuro, più solidale e più prospero. Signor Presidente, Signor Vice Presidente, Signori membri del Congresso, i legami tra il popolo americano ed il popolo italiano hanno radici lontane e profonde. Sono sicuro che continueranno a rafforzarsi, e che gli Stati Uniti troveranno sempre nell'Italia una nazione con la quale condividere la medesima visione del mondo. Vorrei concludere condividendo con Voi anche una breve storia. La storia di un ragazzo che alla fine dei suoi studi liceali fu portato dal padre a visitare il cimitero in cui riposano molti giovani valorosi soldati, giovani che avevano attraversato l'Oceano per ridare dignità e libertà ad un popolo oppresso. Nel mostrargli quelle croci, quel padre fece giurare a quel ragazzo che non avrebbe mai dimenticato il supremo sacrificio con cui quei soldati americani avevano difeso la sua libertà.

Gli fece giurare che avrebbe serbato per il loro Paese eterna gratitudine. Quel padre era mio padre, quel ragazzo ero io. Quel sacrificio e quel giuramento non li ho mai dimenticati e non li dimenticherò mai. Vi ringrazio.

(traduzione di V. Valentini)

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