Il dollaro in pieno recupero sul "super euro": l'Italia ha solo da guadagnare dal nuovo corso

I profeti di sventura sono gli stessi che predicono disastri se vincerà il «no»

Il dollaro in pieno recupero sul "super euro": l'Italia ha solo da guadagnare dal nuovo corso

Domanda da un milione di dollari: alle elezioni americane sono andati peggio i sondaggisti, che fino all'ultimo avevano previsto una netta vittoria della Clinton, o gli economisti che avevano vaticinato, nel disgraziato caso di una vittoria di Trump, un clamoroso arretramento congiunturale per gli Stati Uniti, e non solo? La risposta al quesito è, in effetti, molto difficile perché entrambe le categorie hanno toppato clamorosamente. Per non parlare, poi, dei columnist di tanti sussiegosi giornali, anche italiani, tutti proni al passaggio di Hillary. A poco più di una settimana dal voto Usa, scopriamo, invece, che l'economia d'oltreoceano ha già innestato una marcia in più: se è vero che Janet Yellen si è subito messa in rotta di collisione con il prossimo inquilino della Casa Bianca, la numero uno della Federal Reserve a differenza di quanto sta facendo la Bce di Draghi - ha, però, rotto gli indugi e ha annunciato il prossimo aumento dei tassi dopo una lunghissima «gelata» che era diventata controproducente: l'importante è che siano solo piccoli ritocchi.

Ma al di là del costo del denaro, quello che tutti tendono a trascurare è il forte recupero del dollaro sull'euro: proprio ieri, in avvio di giornata, la moneta comune europea è scesa sotto quota 1,06, livello minimo da un anno a questa parte. Con il risveglio di alcuni indicatori statunitensi, i riflessi per l'Europa, e per l'Italia in particolare, non sono sempre negativi, anzi. È il caso della moneta comune: da quanto tempo, ormai, ci dicevano che per colpa dell'euro troppo forte, le nostre esportazioni continuavano a perdere colpi? Se ai tempi della lira, c'erano le svalutazioni competitive per ridare fiato al made in Italy, oggi possiamo godere di un altro aiuto artificiale: l'effetto-Trump. Eppure, non contenti dell'autogol elettorale appena incassato, molti economisti dicono che, dollaro a parte, è comunque colpa del tycoon se il nostro spread con i bund tedeschi è tornato a salire.

A parte il fatto che tale differenziale è troppo esposto alla speculazione internazionale, siamo, poi, così sicuri che le attuali fibrillazioni siano legate esclusivamente al colpo di scena d'oltreoceano? Fino a prova contraria, molti di questi professori dicevano che la deflazione, con i «tassi zero» o addirittura sottozero, stava facendo troppo male e non solo alle banche.

Sono gli stessi, guarda caso, che, assieme a Confindustria e da ieri anche Bankitalia, stanno sostenendo che, in caso di vittoria del «no» al prossimo referendum costituzionale del 4 dicembre, l'Italia piomberà in un profondo tunnel. Invece di andare a esplorare le vere cause che, negli ultimi cinque anni, ci hanno impedito di riagguantare la ripresa, le nostre cassandre stanno dipingendo un futuro ancora più nero, per terrorizzare l'elettore ancora in bilico. Dovremmo, insomma, sciogliere una doppia incognita: Trump e «no». Ma proprio con Donald, e prima con Brexit, abbiamo visto come è andata realmente a finire: il diluvio previsto è quasi diventato un arcobaleno. In caso di un vittoria del «no» in Italia, non stracciamoci le vesti e ricordiamo anche una cosa molto semplice: per funzionare davvero, una riforma deve essere completa ed armonica. Persino un quasi omonimo risorgimentale del premier, Piero Renzi, era convinto di questo: nel libro di Massimo D'Azeglio «Gli ultimi casi di Romagna» si racconta che nel 1845 proprio quel Renzi aveva redatto, assieme a Luigi Carlo Farini, «Il manifesto di Rimini», un programma di riformismo liberale che venne inviato a tutti le corti europee. Anche lui diceva che le riforme per funzionare debbono essere complete: come non essere d'accordo con quel Renzi ante-litteram?

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