«Il dolore resterà a lungo» Lo psicodramma di Hillary

L'ex First Lady chiude una carriera di scandali e fallimenti L'ultimo messaggio per le ragazze: «Non vi scoraggiate»

Valeria Robecco

New York Era la predestinata, colei che poteva rompere il «soffitto di cristallo» diventando la prima donna presidente degli Stati Uniti: la notte che doveva consegnare Hillary Rodham Clinton alla storia, invece, nella storia ci rimarrà, ma per l'umiliazione di una sconfitta inaspettata e cocente, che ha allontanato per sempre il suo sogno di sedere nello Studio Ovale. «Non era il risultato che volevamo e per il quale abbiamo lavorato», ammette ieri salendo sul palco di un hotel a Manhattan, con accanto Bill e Chelsea. «È una sconfitta dolorosa, e lo sarà per molto tempo», continua, visibilmente emozionata, poi si impegna a lavorare con Trump per il bene del Paese. «Dobbiamo accettare il risultato», lui ora «è il nostro presidente». E poi, rivolgendosi alle giovani donne: «Non rinunciate ai vostri sogni - e alle vostre aspirazioni. Nulla mi ha reso più orgogliosa che essere la vostra sostenitrice. Non sarò la prima donna presidente, ma ci sarà».

Lei, invece, non ce l'ha fatta, è stata travolta come una valanga dal rivale Donald Trump che l'ha battuta non solo in quasi tutti gli Stati chiave, ma anche in alcuni feudi democratici, conquistati agevolmente da Barack Obama quattro anni fa. L'America ha detto chiaro e tondo che è stufa delle dinastie, dell'establishment e dei poteri forti. La Clinton ha perso malamente, perché demonizzare l'avversario non può bastare per conquistare il gradino più alto della più importante democrazia del mondo. Hillary non è riuscita a scrollarsi di dosso l'antipatia che suscita in buona parte del Paese, l'impopolarità dovuta al fatto di apparire una donna di polso, certo, ma distante anni luce dalle persone normali, e l'incapacità cronica ad apparire sincera. Nei 18 mesi di campagna elettorale non è stata in grado di creare un'empatia con gli elettori, neppure con l'aiuto di Barack e Michelle Obama, e non è riuscita nemmeno a trasmettere fino in fondo quel sogno «femminista» di vedere eletta la prima donna presidente degli Stati Uniti. Un sogno che lei cavalcava fin da giovane, quando primeggiava nei corsi universitari.

Hillary Diane Rodham nasce a Chicago il 26 ottobre 1947 da una famiglia della working-class: il padre Hugh lavora nell'industria tessile, e la madre, Dorothy Howell, è una casalinga devota alla cura dei tre figli. Hillary è una studentessa diligente, si laurea in scienze politiche al Wellesley College, entra alla Yale Law School dove diventa avvocato. Nel 1971 conosce Bill Clinton, quattro anni dopo si sposano a Fayetteville, in Arkansas, e nel 1978 lui diventa governatore. Da qui Bill lancia la corsa verso la Casa Bianca, che conquista nel 1993, e lei diventa un'ingombrante first lady. Nel 1998 si rivela decisiva per la sopravvivenza politica del marito dopo lo scandalo Lewinsky: subisce l'umiliazione e rimane al suo fianco, guadagnandosi il rispetto di molti americani. Il primo «colpo» Hillary lo mette a segno nel 2000 con l'elezione al Senato per lo Stato di New York, e nel 2007 si candida per la prima volta alla Casa Bianca. Parte con il favore dei pronostici, ma sulla sua strada trova il giovane senatore Barack Obama, democratico ambizioso e capace di mobilitare i giovani e le minoranze, che la batte alle primarie di partito. Un boccone amaro da digerire, addolcito solo in parte dall'offerta di diventare Segretario di Stato. L'anno scorso riprova a candidarsi per la Casa Bianca, ma il socialista Bernie Sanders le dà non poco filo da torcere. Incassata la vittoria alle primarie sembra lanciata verso l'ingresso di Pennsylvania Avenue, nonostante lo scandalo email. Una rete di donatori da oltre 380 milioni di dollari non basta. Hillary è arrivata a un passo dal traguardo, invece con tutta probabilità è l'ultimo atto della sua carriera politica.

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