Di Donna, quelle anomalie da commissione d'inchiesta

Iv chiede di indagare in Parlamento sugli affari legati all'avvocato amico di Conte. Ecco cosa non torna.

Di Donna, quelle anomalie da commissione d'inchiesta

Sono le inchieste a svelare il mondo opaco che si aggirava intorno ai possibili affari con lo Stato nell'anno della pandemia. Figure di intermediari oggi sotto indagine per traffico di influenze illecite, che sarebbero stati capaci di sfruttare relazioni personali per ottenere compensi su mediazioni considerate «occulte» dai pm, basate non su ruoli formali ma su conoscenze e amicizie. Che sarebbero diventate - alterando i meccanismi di mercato e di libera concorrenza - il «passpartout» per far accedere aziende private ad appalti per le forniture Covid. O per escluderne altre. Come sembra emergere dall'ultima inchiesta della Procura di Roma che ipotizza un'associazione a delinquere finalizzata al traffico di influenze illecite che aveva come figura centrale Luca Di Donna, detto «il Prof» per via della sua cattedra di diritto privato europeo alla Sapienza.
L'ex collega e amico di Giuseppe Conte dai tempi della collaborazione nello studio di Guido Alpa, vero mentore dell'ex premier, avrebbe sfruttato - insieme con un altro avvocato ben addentro ai palazzi del potere, Gianluca Esposito - «relazioni con soggetti incardinati ai vertici di istituzioni pubbliche e strutture appaltanti» per ottenere compensi da parte di aziende private su forniture alla struttura dell'ex commissario Arcuri. Il quale, estraneo all'inchiesta, ha negato ogni coinvolgimento: «Mai assegnato appalti e forniture ad imprese rispetto alle quali risultava in alcun modo un interesse dell'avvocato Di Donna». Restano però per ora senza spiegazione i «contatti plurimi o frequentissimi» di cui parlano gli investigatori, tra i due avvocati indagati e l'ex commissario. Nonché «l'inserimento di fatto all'interno della struttura» e la loro «concreta possibilità di garantire ai privati affidamenti diretti e forniture». Come nel caso, secondo l'accusa, dell'impresa Adaltis, che ha fornito test molecolari per oltre tre milioni di euro. Forniture sarebbero invece state stoppate a un'altra azienda, quella dell'imprenditore Giovanni Buini, che dopo una prima commessa di mascherine si sarebbe visto rifiutare ogni altro incarico dopo aver a sua volta rifiutato la mediazione di Di Donna. E un'incognita è l'anomala presenza di un membro dei servizi, Enrico Tedeschi - capo di gabinetto all'Aise - a un incontro tra Buini e Di Donna. La giustificazione che avrebbe fornito Tedeschi sarebbe legata a un'attività di monitoraggio per la ricerca di dispositivi di protezione individuale. Di Donna invece sarebbe stato presentato a Buini come uomo molto vicino a Conte. Ma dopo l'arrivo a Palazzo Chigi l'ex premier dice di non aver avuto più alcun rapporto con l'amico avvocato: «In passato lo frequentavo, ma da quando sono diventato presidente del Consiglio non l'ho frequentato più. Non so nulla della sua successiva attività professionale».
E pensare che Di Donna, definito da chi lo conosce «pupillo di Guido Alpa», era anche diventato consulente della commissione Antimafia proprio sugli appalti Covid. Alla notizia dell'inchiesta l'incarico gli è stato revocato:
«Non ho mai avuto occasione di frequentare, incontrare, conoscere l'avvocato Di Donna. Posso dire che il curriculum scientifico di Di Donna è certamente importante e questo aveva convinto tutta la Commissione ad accettare la proposta di conferimento di incarico avanzata dal coordinatore del Comitato XX che ha presieduto i lavori dedicati all'analisi che la Commissione Antimafia ha dedicato alla situazione Covid», spiega il presidente Nicola Morra.
Conoscenze con l'ex commissario Arcuri sarebbero state il tramite per la maxi commessa di mascherine per cui sono indagati - ancora per traffico di influenze illecite - il giornalista Mario Benotti e altri tre intermediari. Indagato in questo caso è anche lo stesso Arcuri con l'ipotesi di peculato. Nell'aprile del 2020, il momento di massima emergenza e difficoltà nel reperimento di mascherine, aveva autorizzato l'acquisto da 1,2 miliardi di euro, per 800 milioni di pezzi da tre aziende cinesi, che a loro volta avevano assicurato agli intermediari italiani provvigioni per 70 milioni di euro. Il frutto di un'attività di «mediazione occulta», secondo i pm. E Benotti avrebbe puntato a fare «altri affari», se i rapporti con Arcuri non si fossero interrotti. Come si legge nell'ordinanza del gip che aveva disposto le misure interdittive, il giornalista intercettato confidava alla moglie la sua «frustrazione per il fatto che il commissario ha interrotto i rapporti con lui e che questo potrebbe essere il sintomo che Arcuri avrebbe avuto notizie in forma riservata su qualcosa «che ci sta per arrivare addosso», chiaro riferimento alla possibilità di indagini giudiziarie».
Italia Viva chiede una commissione parlamentare d'inchiesta sugli appalti. Oltre 13 miliardi di euro il valore di quelli indetti da Stato e regioni, secondo l'Osservatorio di Openpolis, in tutto il 2020.

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