Non c'è bisogno di un premier che si vanta al bar

Non si può essere entusiasti di lui solo perché non si vede più in giro Rosy Bindi...

Non c'è bisogno di un premier che si vanta al bar

Si profila una timida crescita, che forse consentirà all'Italia di uscire parzialmente dalla recessione nella quale era caduta, e il governo se ne fa un vanto. Ma la crescita è tutta dovuta a cause esterne e poco o nulla ha a che fare con quello che ha fatto - meglio sarebbe dire «non ha fatto» - il governo. Spiace che una persona seria come il ministro dell'Economia legittimi il bluff tipico del capo del governo che se ne attribuisce il merito. Renzi ha confuso Palazzo Chigi col bar nel quale certi giovanotti, dopo le prime avventure amorose, si vantano delle proprie conquiste.

Nella fattispecie, si chiama millantato credito e averlo professato non è un bello spettacolo. Se il governo avesse fatto ciò che non hanno fatto i governi che lo hanno preceduto - riduzione della pressione fiscale, delegiferazione, deregolamentazione - il merito della ripresina sarebbe anche suo. Ma non lo ha fatto, ha solo promesso un cambiamento che, poi, non ha trovato alcun riscontro nella realtà.

L'Italia è al punto dove l'hanno lasciata i governi della Prima e della Seconda Repubblica - una pressione fiscale eccessiva, che scoraggia l'imprenditoria, una legislazione e un regolamentazione complesse e contraddittorie, che alimentano una burocrazia invasiva e prepotente. Il cittadino è al servizio dello Stato come lo era al tempo dei monarchi assoluti. Come avevano previsto due grandi liberali dell'Ottocento - Benjamin Constant e Alexis de Tocqueville - che avevano capito che il popolo, al quale la democrazia faceva capo come al titolare della sovranità, sarebbe diventato il nuovo monarca assoluto in nome del quale chi avesse governato lo avrebbe subissato di tasse, di disposizioni vincolanti nelle mani di un burocrazia arrogante e inefficiente. Renzi, che avrebbe dovuto rottamare il passato e aprire una nuova era agli italiani con le riforme, ha rottamato la vecchia dirigenza del suo partito, il Partito democratico, prendendone il posto; è diventato grazie a tale operazione anche il capo del governo ma, poi, da quel momento, si è preoccupato unicamente di accrescere il proprio potere personale. La riforma del sistema elettorale finirà col trasformarlo, anche a livello statuale, nell'«uomo solo al comando» cui palesemente aspira.

Qualche settimana fa, ha cambiato i membri della Commissione parlamentare per gli Affari costituzionali, che minacciava di non votare il sistema elettorale che lui vuole, con altri più «malleabili». La minoranza del suo stesso partito ha gridato alla violenza nei confronti del Parlamento, ma l'episodio si è chiuso lì.

Ho preso ad osservare il presidente del Consiglio quando compare per qualche ragione alla televisione. Che dire? Che è infantilmente soddisfatto del proprio ruolo e se ne compiace in tutta evidenza. Capisco che ad un ragazzone poco più che quarantenne la cosa può aver dato alla testa. Ma, almeno, le apparenze dovrebbe fare in modo di salvarle. Non è al bar commercio dove vantarsi delle proprie conquiste amorose. È il capo di governo di un Paese che appartiene alla comunità internazionale. Ad esempio, la smetta di giocare a far l'americano e vada in giro e riceva gli ospiti, non in maniche di camicia, ma con una giacca...

Mi rendo conto di essere troppo severo. Ma è un peccato dell'età. Diventando vecchi si diventa anche più severi e si finisce con pretendere dagli altri, soprattutto se sono uomini di Stato, comportamenti che altrimenti non si pretenderebbero. Ho conosciuto, e frequentato, Luigi Einaudi, che quando era stato interpellato da alcuni parlamentari se avrebbe accettato la candidatura a presidente della Repubblica aveva chiesto «Lor signori sanno che sono claudicante?». Forse il vecchio professore di Economia all'Università di Torino esagerava, sottolineando la propria menomazione, ma il suo era stato ugualmente un felice segno della misura di cui era capace. Avrebbe poi fatto il presidente con grande dignità e non di rado anche con un certo cipiglio, ma senza strafare. Non si ricorda di averlo visto girare per il Quirinale in maniche di camicia...

Capisco anche quegli italiani che, delusi dai precedenti governi, considerano Renzi l'uomo nuovo che risolverà i loro problemi. Il passato non induce all'indulgenza e il ragazzone è sufficientemente furbo da averlo capito e di aver impostato tutta la sua politica sulla cinica promessa che il passato non si ripeterà. Invece, che piaccia o no, siamo al punto di prima, a quello cui la Prima e la Seconda Repubblica hanno lasciato il Paese; il rottamatore fiorentino non ha fatto, finora, nulla per cambiare la situazione.

Sono per natura e per formazione culturale un realista e guardo al futuro con un minimo di ottimismo. Ce la caveremo perché le risorse per farcela il Paese, bene o male, le ha. Sarei più ottimista se riuscissi a fare il riassunto di quello che il presidente del Consiglio dice. Ma non ci riesco. Anzi. Consiglio ai suoi affezionati sostenitori di fare altrettanto. Se non ce la fanno a riassumere il mare di parole con le quali li inonda, lo sostengano con maggiore prudenza. Non si può essere entusiasti di lui solo perché non si vede più in giro Rosy Bindi...

piero.ostellino@ilgiornale.it

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