E il premier costringe Padoan a esporsi

Il ministro dato in rotta con l'esecutivo difende manovra e referendum sul Corriere

E il premier costringe Padoan a esporsi

Roma - Pier Carlo Padoan schiera in modo netto per il Sì al referendum, dicendo che aiuterà l'economia, si dilunga sul rischio incertezza post Brexit e Trump. Poi smentisce nettamente di essere in disaccordo con il premier Matteo Renzi, che è impegnassimo nella campagna referendaria e ieri ha incrociato le spade con Maurizio Landini e le ragioni del No.

Sa tanto di richiamo all'ordine l'intervista rilasciata ieri dal ministro dell'Economia al Corriere della Sera. La prima, tra quelle rilasciate durante le sessioni di bilancio non destinata a frenare le tentazioni di spesa. Per metà dedicata a smentire il fatto che sia ai ferri corti con il premier e quindi il retroscena del Giornale di venerdì scorso. Dubbi sulla manovra? «No, non cambia. Gli obiettivi di finanza pubblica saranno raggiunti con la maggiore crescita». E il deficit per 12 miliardi? L'impianto della legge è «coerente con le precedenti leggi di Stabilità». L'indebitamento «aiuta gli investimenti». Anche all'obiezione che le tasse aumenteranno per i prossimi due anni per una ventina di miliardi, il ministro risponde che la legge di Bilancio è orientata alla crescita.

Tesi ultrarenziane, così come le rimozioni. La tentazione di lasciare il governo? «Una sciocchezza che mi fa ridere». Ma le differenze di accento con il presidente del Consiglio restano. Ad esempio, sul veto al Bilancio pluriennale dell'Unione europea Padoan assicura che «non c'è alcuna minaccia». E che l'Italia spinge la Commissione a fare «politiche economiche orientate verso la crescita». Come quelle che ha proposto Juncker, quindi. Peccato che al premier non bastino.

Renzi ieri si è confrontato con Landini a In Mezz'ora, il programma di Lucia Annunziata. E il segretario della Fiom ha fatto la figura del moderato. «Non si può trasformare una riforma su un voto a favore o contro il governo. Anche il termine accozzaglia è sbagliato, così si lacera un Paese già lacerato», ha detto il sindacalista. Renzi si è scusato per avere usato il termine accozzaglia. «Ma volevo solo evidenziare come non sia possibile costruire un'alternativa a questo governo».

Dopo le scuse i toni sono tornati barricaderi. Renzi ha definito «incomprensibile chi difende lo status quo» con i «soloni con maxi pensione che parlano di Costituzione», in sostanza «chi vota No difende la casta». Landini ha negato che il suo sindacato sia politicizzato, visto che la stragrande maggioranza dei dirigenti Fiom non è iscritto a un partito. Ma suona molto come una condanna del Pd e del governo Renzi. «Posso dire che dopo 1.000 giorni di suo governo il suo stai sereno non convince più nessuno». Il premier ha giocato la carta del rottamatore prima versione, quello che si scagliava contro la sinistra tradizionale: «In democrazia non è che si fa quello che dice la Fiom o la Cgil punto e basta. Voi non siete più, come Cgil e come Fiom, la verità in terra». Uno strappo difficile da ricucire, qualsiasi sia il risultato del voto.

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