Ecco come 10 anni di tagli hanno ridotto la sanità italiana

Mentre medici e infermieri lottano per sconfiggere il coronavirus, la politica si interroga sui tagli che hanno colpito la sanità italiana negli ultimi 10 anni

Ecco come 10 anni di tagli hanno ridotto la sanità italiana

Mentre migliaia di persone lottano in ospedale tra la vita e la morte, la politica si interroga sui tagli che hanno colpito la sanità italiana negli ultimi 10 anni.

Da Mario Monti in poi la sanità ha subìto 37 miliardi di tagli

La drastica riduzione dei posti letto e del personale medico e infermieristico ha un responsabile ben preciso: le politiche di austerity degli ultimi dieci anni. A rivelarlo è uno studio della Fondazione Gimbe che ha calcolato in 37 miliardi di euro i tagli effettuati dal governo Monti in poi, anche se apparentemente sembrerebbe il contrario. Dal 2011 a oggi la spesa sanitaria, infatti, è passata da 105,6 miliardi a 114,4, con un aumento dello 0,8% annuo, ma, in questo stesso periodo, l’inflazione è aumentata dell’1,07% ogni anno. Di fatto, quindi, si è speso meno da quando l’economista Mario Monti, con il Salva Italia, ha portato avanti una spending review. La situazione peggiora nel 2015 quando il governo di Matteo Renzi impose alle Regioni 4 miliardi di contributi per le casse dello Stato. Soldi che arrivarono con la rinuncia dei due miliardi promessi da Roma per la sanità che, dopo la riforma del Titolo V della Costituzione voluta dal centrosinistra, è di competenza delle Regioni. Secondo un dossier pubblicato dagli uffici della Camera lo scorso 4 marzo, intitolato “La spending review sanitaria”, l’introduzione di Quota 100 da parte del governo Conte ha “acuito la grave carenza di personale, rischiando di compromettere l'erogazione dei livelli essenziali di assistenza”. A livello globale, secondo l’Ocse, questa percentuale è inferiore di circa 3 punti percentuali rispetto a quel che spendono Germania (9,6%) e Francia (9,5%) che, a differenza dell’Italia, dal 2000 a oggi, hanno investito circa il 2% in più. La spesa sanitaria italiana, in rapporto al Pil, è invece passata dal 5,5% al 6,6%, ma il Def varato nel 2019 dal governo Conte mira ad arrivare al 6,4% nel 2022.

Infografica a cura di Alberto Bellotto

In dieci anni, 70mila posti letto in meno

Tutti questi tagli hanno inciso significativamente sul numero dei posti letto disponibili. Stando a quanto riporta Quotidiano Sanità, il governo Monti impose uno standard massimo di 3,7 posti letto disponibili ogni mille abitanti, determinando un calo di 26.708 unità. Dall’annuario statistico del ministero della Salute del 2017 risulta che il Servizio Sanitario Nazionale ha a disposizione 191mila posti letto, mentre dal rapporto della Fondazione Gimbe si scopre che nel corso di un decennio, sono spariti 70mila posti letto. Secondo il centro studi dell’ufficio parlamentare l’Italia è di gran lunga inferiore rispetto agli altri Paesi del Vecchio Continente: 3,2 posti letto ogni 1000 abitanti contro i 5 ogni 1000 della media europea (dati del 2017). L’Oms, invece, ha calcolato che dal 1997 al 2015 è stato effettuato un taglio del 51% dei posti letto per casi gravi e per la terapia intensiva che, quindi, sono passati da 575 ogni 100 mila abitanti ai 275 attuali. Fino a qualche settimana fa, per la terapia intensiva ce n’erano soltanto 5.343 ma, dopo l’emergenza coronavirus, sono saliti a 8.370, come ha dichiarato Domenico Arcuri, commissario straordinario per il coordinamento delle misure di contrasto all’emergenza Covid-19.

Dal 2007 sono stati chiusi 200 ospedali

Una diminuzione così significativa di posti letto si è tradotta, inevitabilmente, anche in una riduzione di strutture ospedaliere. Se nel 2007 il Ssn poteva annoverare 1197 ospedali, dopo un decennio, stante quanto riferisce l’Annuario del 2017, può fare affidamento solo su 1000 ospedali. Molti governatori, infatti, hanno dovuto fare i conti con i piani di rientro per risanare i bilanci delle asl regionali. Nicola Zingaretti, nel Lazio, per esempio, ha deciso di chiudere persino il Forlanini, una struttura da 1400 posti letto che, nel corso degli anni 2000, sono scesi fino a 929. Un numero che, ad ogni modo, in una situazione d’emergenza come quella attuale sarebbe di grande sostegno per chi combatte contro il coronavirus. Ed è per questo motivo che sia il centrodestra sia il sindaco Virginia Raggi, ora, chiedono che il Forlanini venga riaperto.

Tagli al personale: 46mila dipendenti persi in 10 anni

Meno posti letto, meno ospedali e, dunque, inevitabilmente anche meno personale. La Ragioneria di Stato ha calcolato che, dal 2009 al 2017, il Servizio Sanitario nazionale ha perso 46mila dipendenti, scendendo da 649.248 a 603.375. Complessivamente, oggi, abbiamo 8mila medici e 13mila infermieri in meno. Nello specifico il personale medico è passato dai 106mila e 800 del 2007 ai 101mila e 100 attuali (-5,7 mila) mentre quello infermieristico è calato dalle 264.177 unità del 2007 ai 253.430. Il settore dei medici di famiglia, invece, in dieci anni, ha subìto una riduzione del 6,8% (-3.230 in termini assoluti). Peggio è andata ai medici che operano nella guardia medica che hanno perso per strada il 10% dei loro colleghi (-1.421). Secondo le associazioni di settore, Anaao e Assomed, nel 2025 avremmo almeno 52.500 medici che saranno in pensione e i 35.800 nuovi medici che arriveranno tra il 2018 e il 2025 non saranno in grado di coprire il fabbisogno della sanità pubblica. Ora, con l’emergenza coronavirus in atto, il governo si è trovato obbligato ad assumere d’urgenza 20.000 tra medici e infermieri che, però, non hanno ancora superato l’esame di Stato.