Lo Ius culturae è una truffa politica

Si parla di esigenze di adeguare l'Italia agli standard europei, così come di rendere più "civile" l'ordinamento e di farlo in fretta: ma, guardando ai numeri ed alle norme attuali, non c'è né urgenza e né esigenza immediata di approvazione dello Ius Culturae

Lo Ius culturae è una truffa politica

Quando nella primavera del 2018 lo Ius Soli viaggia nelle aule parlamentari, a fronte di una pressione molto forte del mainstream e degli ambienti culturali più a sinistra si decide, per evitare ulteriori debacle elettorali, di temporeggiare e far finire nel frattempo la legislatura.

Anche il Partito Democratico sa che quella legge, oltre a non aver alcun crisma di urgenza, è estremamente impopolare: con l’anno nero degli sbarchi rappresentato dal 2017 appena passato, i dem più moderati che tengono ad arrivare almeno al 20% nel voto dell’aprile 2018 accantonano il testo che prevede la cittadinanza a chi nasce in Italia da genitori stranieri.

Ma oggi, con l’insediamento del governo giallorosso e con il ritorno nella maggioranza del Pd, si ritorna all’assalto. Cambiano nomi e diciture, adesso infatti si parla di “Ius Culturae”, non cambia la sostanza e né la parte culturale che lo vuole imporre: non a caso la firma del testo che da queste ore inizia, assieme ad altre proposte per la verità, a circolare nelle aule parlamentari è quella di Laura Boldrini.

Si ritorna quindi al punto lasciato nella primavera del 2018: si parla di urgenza, di misura civile, di norma che oramai “hanno tutti in Europa”, di motivi imprescindibili che giustificano il repentino approdo in aula dello Ius Culturae.

La proposta a firma di Laura Boldrini riguarda in pratica il via libera alla cittadinanza ad un minore nato da genitori stranieri o, diversamente, arrivato nel nostro paese entro il dodicesimo anno di età. Questo a patto che abbia concluso almeno un ciclo di studio di cinque anni in Italia, ecco perché si parla di Ius Culturae e scompare il riferimento alla semplice nascita all’interno del nostro territorio.

Cambia però molto poco rispetto allo Ius Soli. Chi sostiene la proposta della Boldrini, pone come base l’esigenza di dare anche al minore, nato in una famiglia straniera e che studia in Italia, la cittadinanza. Questo per evitare ogni tipo di disciminazione e, per di più, la questione è vissuta come una delle più urgenti da affrontare.

Sono proprio i crismi dell’urgenza i primi a venire meno, andando a guardare i numeri: il nostro paese è quello che, in tutta Europa, concede il più alto numero di cittadinanze. Con la legge attuale, nel 2017 224.000 persone riescono ad ottenere la cittadinanza. Non solo: un terzo di loro ha meno di 15 anni. Nel 2018, come si legge tra i dati forniti dalla Caritas, si ha una leggera flessione di questi numeri, ma in 112.523 acquisiscono comunque la cittadinanza.

Dunque l’Italia ha già una legge all’avanguardia, che in certi casi fa acquisire già oggi ai minori la cittadinanza ed i numeri sopra mostrati in tal senso parlano molto chiaro. Non sussiste quindi alcuna emergenza e, di conseguenza, chi parla di fretta sbaglia o compie un atto di mera disonestà intellettuale.

Ma anche l’altro pilastro su cui si basa la pressione attuale volta a far approvare lo Ius Culturae, appare fragile e facilmente smontabile: i minori stranieri presenti in Italia non hanno alcuna discriminazione, la legge attuale consente loro di avere accesso a tutti i diritti più importanti goduti dai loro coetanei italiani.

Tutti hanno il diritto allo studio, alle prestazioni sanitarie, così come possono viaggiare liberamente in area Schengen. In poche parole, chi fa le scuole in Italia ed ha entrambi i genitori stranieri, ha lo stesso identico status di studente dei suoi compagni di classe e l’ordinamento non attua alcuna discriminazione dovuta alla mancanza della cittadinanza italiana.

Quest’ultima poi, può essere ottenuta al compimento della maggiore età. Dunque, i minori oggi in Italia che non hanno cittadinanza possono compiere la stessa identica vita dei loro coetanei, per di più il nostro paese è quello in Europa che, come detto in precedenza, fa acquisire la stessa cittadinanza al numero più alto di persone.

Parlare di riscatto, di ripresa dei valori e soprattutto di urgenza è fuori luogo, oltre che fortemente errato. Al contrario, gli effetti di un’eventuale approvazione dello Ius Culturae possono essere imprevedibili.

In Francia e Belgio ad esempio, lo Ius Culturae determina paradossalmente una maggiore marginalizzazione dei cittadini di origine straniera. Molti di loro vivono nel limbo costituito dal fatto di essere francesi o belgi a tutti gli effetti, ma di sentirsi anche stranieri con l'esigenza di vivere maggiormente a contatto con chi ha la stessa situazione. E questo, sul fronte della lotta al terrorismo, può anche risultare nocivo: gli esempi delle banlieue francesi o di Molenbeek a Bruxelles, costituiscono viva e tragica testimonianza. Spesso sono proprio i migranti di seconda o terza generazione, cittadini a tutti gli effetti ma di origine straniera, ad abbracciare nel mondo musulmano la causa jihadista.

Effetti sociali non proprio positivi già visti in Europa, a cui si accompagnano effetti giuridici non molto edificanti nella lotta al terrorismo, tra eventuali espulsioni più difficili ed indagini rese più complicate.

E poi, è bene dirlo, è anche una questione di scelta e dunque di libertà del singolo: chi ha un’origine straniera, è giusto che decida liberamente, nei tempi che ritiene più opportuni, se prendere o meno la cittadinanza del paese in cui è andato a vivere oppure se, al contrario, rimanere legato al paese in cui è nato o sono nati i suoi genitori. Una libertà di scelta che, con lo Ius Soli mascherato dallo Ius Culturae, verrebbe a mancare. Intanto, come detto, in parlamento inizia l’iter del testo ma il percorso si prevede comunque lungo e tortuoso.

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