Mosca ci ha messo nel mirino: ecco perché. I tre motivi

La Russia vede che l'Italia sta aderendo in ogni ambito alle strategie per il suo contrasto. Le minacce lanciate a Roma in caso di nuove sanzioni segnalano sia la sorpresa che l'assenza di strategie di contrasto.

Mosca ci ha messo nel mirino: ecco perché. I tre motivi

Le durissime parole con cui il governo della Federazione Russa ha investito quello italiano e, in particolare, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini nella giornata di sabato 19 marzo segnano un punto di declino pressoché assoluto nelle relazioni tra Roma e Mosca. Rapporti mantenutisi saldi, con pragmatismo e volontà di dialogo bilaterale, anche nelle ore più buie dell'annessione della Crimea del 2014 e delle successive sanzioni, ora precipitati dopo la scelta dell'Italia di sostenere, senza ambiguità, l'Ucraina invasa da Mosca.

Mosca, per bocca del direttore del Primo dipartimento europeo del ministero degli Esteri Alexei Paramonov, ha attaccato l’Italia e in particolare Guerini, tra i ministri più atlantisti del governo Draghi. L'ex sindaco di Lodi è stato a tal proposito definito "falco" della campagna anti-russa. Pramanov ha indicato inoltre chiaramente “conseguenze irreversibili” per Roma se il governo Draghi aderirà a nuove sanzioni nei confronti della Russia. I membri del governo di unità nazionale hanno dribblato come propaganda queste dichiarazioni, provando a gettare acqua sul fuoco. Tuttavia il clima è oggettivamente teso. Ci si può interrogare sulle motivazioni che hanno spinto la Russia ad affondare il colpo con Roma e a esercitare la strategia di massima pressione. Le motivazioni sono eterogenee ma riconducibili ad un unico filo conduttore: la valenza strategica della Russia nelle politiche di Roma sarà, negli anni a venire, sempre più depotenziata. E questo per Mosca è una minaccia. Tutto questo fa riferimento a più scenari che rendono oggi Mosca furibonda e preoccupata al tempo stesso.

La corsa all'autonomia energetica

Innanzitutto, la Russia di Vladimir Putin si è accorta che sull'indipendenza energetica dalla Russia l'Italia gioca sul serio. Archiviate le prime, ottimistiche, dichiarazioni del Ministro per la Transizione Ecologica Roberto Cingolani, che prevedeva tempi brevi per dimezzare l'import di gas, l'Italia ha comunque messo in piedi un piano di prospettiva per depotenziare il peso dell'oro blu russo nel mix energetico nazionale. Su una quota di consumi di circa 70 miliardi di metri cubi, la Russia partecipa garantendo attorno al 40% (33 miliardi) ottenendo in cambio dall'Italia una quota fondamentale della "bolletta" quotidiana da un miliardo di euro pagata ogni giorno dai Paesi Ue a Mosca per l'energia.

Ebbene, ora le mosse degli apparati italiani segnano il primo passo di ciò che su Inside Over ci si auspicava nei primi giorni dell'invasione russa dell'Ucraina: una visione sistemica che consenta di pensare in grande rompendo la dipendenza energetica dalla Russia. Presentando il nuovo piano industriale al 2025 l'ad di Eni, Claudio Descalzi, ha indicato come l'Africa giocherà in quest'ottica un ruolo fondamentale: "abbiamo trovato enormi quantità di gas da dirottare verso l'Italia, iniziamo gradualmente da subito in estate, il primo lotto sarà via tubo perché in Algeria e Libia possiamo aumentare la produzione dei progetti già avviati. Tramite pipeline possiamo coprire tra 9 e 11 miliardi di metri cubi annui. Abbiamo poi il Gnl (in Egitto) che devieremo verso l'Europa e per il 2023/24 avremo il Gnl del Congo (5 miliardi) e del Mozambico (2-3)". Infine c'è da considerare l'aumento della produzione nazionale da 3 a circa 6,5 miliardi di metri cubi annui. Così facendo si otterranno da 19,5 a 22,5 miliardi di metri cubi e su base quinquennale l'ipotesi di un raddoppio del gasdotto Tap dall'Azerbaijan porterebbe il flusso dell'oro blu estratto nel Mar Caspio da 10 a 20 miliardi di metri cubi annui, permettendo una diversificazione tale da rendere minoritaria la dipendenza dal gas russo. E questo per Mosca è fumo negli occhi. Un'Italia indipendente dalla Russia sul piano energetico è un'Italia con le mani libere sul piano diplomatico e politico.

Prezzi sotto controllo?

Direttamente legata a tale questione è la battaglia interna del governo Draghi, riproposta a livello europeo, per imporre un calmiere ai prezzi del gas su scala generale, così da depotenziare la volatilità di mercato e l'effetto della speculazione sul costo quotidiano delle importazioni gasiere. Contando tutte le risorse, la bolletta energetica pagata alla Russia a inizio guerra era pari a 700 milioni di euro e, come detto, ha già sfondato il miliardo. La Russia guadagna sulla volatiltià e il caos che la finanza occidentale contribuisce ad alimentare.

Dai 229,70 euro del 7 marzo il prezzo del future sul gas misurato all'hub Ttf olandese è sceso nella scorsa settimana di oltre il 50% toccando quota 100 euro, a seguito delle annunciate misure europee per rispondere alla crisi energetica. E questo è un primo passo per politiche comuni in cui l'Italia, in testa assieme alla Germania per la dipendenza dal gas russo, può avere un ruolo fondamentale. Facendo calare il costo della dipendenza da Mosca. Un piano a cui il governo Draghi mira apertamente, tanto che l'ex governatore della Bce si è scontrato coi falchi Ue proprio su questa scelta. Piuttosto che seguire la strategia dell'embargo totale al gas russo, che creerebbe una catastrofe economica di portata continentale, Draghi e il governo vogliono dunque aggirare la dipendenza da un lato strutturando nuove fonti di rifornimento (piano di medio-lungo termine) e dall'altro calmierando i prezzi (piano di breve periodo) così da togliere gradualmente il terreno sotto Mosca. Che teme questa strategia e ora minaccia.

Sanzioni e armi

Vi è poi da considerare il fatto che Mosca sperava nel governo Draghi come possibile mediatore dopo l'insuccesso delle missioni di leader come Emmanuel Macron e Olaf Scholz. L'invasione russa dell'Ucraina ha fatto saltare la prevista visita di Draghi a Mosca e, nei giorni scorsi, Roma ha scelto totalmente la via del contrasto alle manovre russe. Mitragliatrici, munizioni e armi pesanti: Roma ha scelto anche la via del sostegno diretto a Kiev. In particolare, due sono i sistemi d'arma che Mosca teme e che stanno venendo forniti dai Paesi occidentali all'Ucraina, vedendo l'Italia in prima linea: i missili Stinger e i sistemi controcarro Spike. Come ricorda Il Fatto Quotidiano, "il lanciatore Stinger è un sistema missilistico terra-aria impiegato contro la minaccia aerea condotta a bassissime quote. È composto dal missile infilato in un tubo di lancio: il militare lo porta in spalla e mira all’obiettivo grazie a un sistema di identificazione. Lo Spike è piuttosto simile, anche se lo scopo è diverso: è considerato un sistema controcarro di terza generazione e consente di colpire veicoli corazzati e carri armati, inclusi quelli protetti da corazzature e da sistemi antimissile di ultima generazione". Guerini, il ministro più inviso a Mosca, è stato tra i fautori di questa importante politica.

Siamo dunque, con l'armamento dell'esercito di Volodymir Zelensky alla vera e propria guerra per procura a Vladimir Putin. A cui si aggiunge una consistente guerra economica: Roma è stata tanto decisa quanto gli altri Paesi europei nel sanzionare la Russia e i suoi maggiori protagonisti economici, gli oligarchi. Superyacht, ville, panfili, tenute, conti stratosferici: nella "guerra economica" dell'Occidente agli oligarchi l'Italia non si è tirata indietro, colpendo i Paperoni della Russia di Putin proprio laddove essi hanno più volte indirizzato quote consistenti della loro ricchezza. I beni congelati sul territorio italiano superano il valore di 800 milioni di euro. E questo nel quadro della destrutturazione del consenso del fronte del potere russo per la guerra di Putin può creare grattacapi non indifferenti allo Zar.

Ambiguità politiche

Infine va sottolineato che in seno al governo italiano Mosca pensava di avere più formazioni su cui contare come partner di dialogo. A Mosca le ambiguità nei confronti di Putin mostrate da esponenti di Movimento Cinque Stelle e Lega sono state lette, nelle prime settimane di conflitto, come la possibilità di uno spiraglio per una posizione più morbida da parte di Roma. Così non è stato: il governo italiano si è mosso compatto e anche la posizione del segretario leghista Matteo Salvini, fautore di una pacificazione immediata, è stata depotenziata nell'esecutivo dal sostegno del suo ministro di maggior peso, Giancarlo Giorgetti, al piano di contrasto a Putin. Lato M5S le voci, come quella del presidente della Commissione Esteri del Senato Vito Petrocelli, più "giustificazioniste" verso la Russia sono giorno dopo giorno sempre più flebili. La Russia si trova dunque senza interlocutori sicuri e vede i ponti con i due maggiori partiti nel Parlamento italiano farsi sempre più cedevoli.

Le parole di Paramonov incorporano questi grandi timori e seguono mosse come l'inserimento di Roma tra i Paesi "ostili", il paventato congelamento di asset industriali italiani in Russia, le minacce di offensive cyber indicate nelle scorse settimane. L'Italia è protagonista nel contrasto a tutto campo della Russia e per Mosca questa è una novità. La Russia credeva in un'Italia dialogante, forse addirittura timida, e si stupisce dell'aver perso il perno di Roma come possibile partner con cui far presente le proprie istanze dopo l'invasione dell'Ucraina. Tanto che la risposta, sotto forma di minacce velate, ambigue ma da non sottovalutare, è di nervosismo. Ma tradisce anche la sensazione che Mosca si senta spiazzata dalle ultime manovre di Roma. E veda i canali di comunicazione e influenza, diretta e indiretta, sull'Occidente chiudersi giorno dopo giorno.

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