Guerra in Ucraina

"Economia e regole in pezzi. Il Pianeta sarà più povero"

Fmi in allarme per un conflitto che ridivide il mondo in blocchi. Tagliate anche le stime per l'Italia: +2,3%

"Economia e regole in pezzi. Il Pianeta sarà più povero"

Ci sono le percentuali, erose da quella metastasi che è sempre la guerra. Ci sono stime che perdono l'ancoraggio con la ripresa vigorosa post-Covid ipotizzata fino a non molte settimane fa: la frammentazione del mondo in blocchi porterebbe a un «mondo più povero», ha avvertito il direttore generale del Fmi, Kristalina Georgieva. Ma nell'ultima analisi del Fondo monetario internazionale va soprattutto colta l'accentazione preoccupata su ciò che il conflitto fra Ucraina e Russia rischia di innescare: ovvero, uno sfaldamento delle regole che, fin dai tempi degli accordi di Bretton Woods, hanno regolato le relazioni economiche e internazionali. Se le «onde sismiche emanate dall'epicentro di un terremoto» sono la metafora scelta per dar conto dei danni provocati da Vladimir Putin, l'Fmi sembra dubitare che le future scosse di assestamento possano anticipare il ritorno alla normalità. È il «come eravamo» che non torna più. Semmai, l'organismo di Washington avverte del pericolo di uno «spostamento tettonico», un sommovimento epocale provocato dalla frammentazione economica in blocchi geopolitici. Macro-aree a compartimenti stagni, curve su se stesse e quindi incapaci di dialogare e, men che meno, di stabilire relazioni commerciali. Non solo un colpo mortale alla globalizzazione, già messa a dura prova dalla pandemia e dai colpi di cannone, bensì la nascita di un piccolo mondo antico 2.0, più stretto per tutti.

Il Fondo non lo dice, ma certo la provocazione del Cremlino di pretendere il rublo come forma di pagamento del gas e come moneta di rimborso dei debiti rischia di accelerare questo processo di distacco. Già ora la Russia si sta piegando verso Oriente. Probabilmente, arriverà all'embrassons nous con la Cina. I segnali ci sono tutti, a cominciare dalle parole pronunciate da Pechino («Con Mosca amicizia senza confini, rafforzeremo la cooperazione strategica») proprio nel giorno in cui si sono aperti i lavori di primavera dell'Fmi e della Banca Mondiale. Il timing scelto è tutt'altro che casuale e suona come una replica al proposito, espresso dal segretario al Tesoro Usa, Janet Yellen, di boicottare parte dei lavori del G20 a cui parteciperà Mosca.

Se prima del conflitto qualcuno sperava ancora nell'arrivo messianico di un nuovo Keynes, capace da un lato di riproporre il Bancor, cioè una moneta universale che avrebbe fatto da pilastro al nuovo ordine mondiale, e dall'altro di aggiustare gli squilibri delle partite correnti (con l'imposizione agli Stati di utilizzare i surplus di bilancio per non danneggiare i Paesi in disavanzo), ora ciò che si va profilando è una Bretton Woods in salsa sino-russa. Dove il dollaro perde il ruolo di valuta di riserva, verosimilmente sostituito dallo yuan, o da un nuovo conio concordato da Mosca e Pechino. Questo atto di de-dollarizzazione, che già sta prendendo forma con la proposta fatta dalla Cina all'Arabia Saudita di pagare il greggio in renminbi, creerebbe una faglia globale insanabile. Con immediate ripercussioni, per esempio, sul Wto (l'organizzazione per il commercio mondiale), ma anche sull'America a causa dell'elevato indebitamento (oltre 30mila miliardi di dollari) e sull'Europa, incapace di esprimere una politica economica condivisa.

Per il resto, per quanto possano valere in tempi come questi, ci sono le previsioni economiche che tengono conto dei tre macro-fattori di instabilità (guerra, Covid e inflazione fuori squadra). Anche se il Fondo esclude una recessione in arrivo, il Pil globale crescerà quest'anno e il prossimo del 3,6%, ovvero 0,8 e 0,2 punti percentuali in meno rispetto alle stime di gennaio. Più deciso il rallentamento dell'Italia. Dopo il +6,6% del 2021, l'espansione si ridurrà quest'anno al 2,3% (-1,5% rispetto all'outlook precedente), mentre per il 2023 la crescita è attesa all'1,7% (-0,5%). Unica nota di parziale consolazione, la limatura a debito (al 150,6% del Pil a fine dicembre) e deficit (al 6%).

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