Erdogan caccia 10 ambasciatori. Ma è l'Italia che perde la faccia

Via i diplomatici di Francia, Usa, Germania e altri Paesi. Non il nostro, che non si è battuto per il dissidente Kavala

Erdogan caccia 10 ambasciatori. Ma è l'Italia che perde la faccia

L' espulsione degli ambasciatori di dieci Paesi occidentali (Stati Uniti, Francia, Germania, Canada, Finlandia, Danimarca, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Norvegia e Svezia) messi alla porta dal presidente turco Recep Tayyp Erdogan per aver chiesto la liberazione di Osman Kavala, un dissidente e filantropo colpevole di battersi per i diritti umani e per le minoranze curde e armene, è vergognosa. Benché i giudici lo abbiano assolto dall'accusa di aver finanziato l'opposizione e il governo non sia riuscito a provare la sua presunta partecipazione al colpo di stato del 2016, Kavala è in galera da oltre quattro anni. Il tutto mentre la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ne pretende la scarcerazione dal 2019 e il Consiglio d'Europa prepara una procedura d'infrazione contro Ankara.

In tutto questo, però, siamo noi italiani a doverci vergognare di più. Tra i nomi dei diplomatici battutisi per la liberazione di Kavala manca, infatti, quello del nostro ambasciatore ad Ankara. La nostra diplomazia, a differenza di un Mario Draghi che non esitò a definire Erdogan un dittatore, non ha mai preso posizione sullo stato dei diritti umani in un paese che negli ultimi anni non ha perso occasione di compromettere i nostri interessi nazionali. La Turchia, anche se la Farnesina, il Ministro Luigi Di Maio e il nostro ambasciatore ad Ankara sembrano averlo scordato, è lo stesso paese che nel novembre 2019 stipulò un accordo marittimo con il governo di Tripoli finalizzato, tra i vari obbiettivi, a tagliar fuori l'Italia da qualsiasi ricerca di idrocarburi nel Mediterraneo. Un accordo seguito, settimane dopo, da quello che trasformò parte del porto di Misurata, città dove abbiamo un ospedale militare, in una base della Turchia.

Per non parlare dei tentativi di mettere le mani sulla Guardia Costiera di Tripoli da noi finanziata e, più in generale, di subentrare all'Italia come potenza di riferimento in Libia. Il tutto mentre i nostri confini orientali restano, dal 2015, una delle mete di quei migranti usati da Erdogan come arma di ricatto nei confronti dell'Europa.

Certo, dietro le distrazioni della nostra ambasciata ad Ankara e della Farnesina c'è il tentativo di difendere gli oltre 9 miliardi di esportazioni (dati 2020) che - assieme a un interscambio da oltre 17 miliardi e all'attività di oltre 1500 nostre aziende - fanno dell'Italia il sesto partner commerciale della Turchia. Ma se alleati e partner europei del peso di Stati Uniti, Francia, Germania e Olanda hanno deciso di mettere a rischio le relazioni diplomatiche con un regime come quello turco, allora qualcuno dall'Ambasciata di Ankara fino alla Farnesina farebbe bene a chiedersi se quei 9 miliardi di esportazioni valgano la vergogna di cui ci copriamo ignorando la desolazione di una Turchia trasformata nel cimitero dei diritti umani.

La cacciata di quei dieci ambasciatori ci trasforma nell'ultimo puntello d'un regime sempre più isolato internazionalmente e sempre più a corto d'ossigeno su un fronte interno dove inflazione galoppante e svalutazione erodono i consensi di Erdogan. E in un paese sull'orlo della bancarotta politica ed economica, il ruolo di partner privilegiato rischia di rivelarsi una maledizione anziché un vantaggio.

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