Faro delle indagini sullo scambio. Nel mirino i 5 operai e i gestori

A breve i primi indagati. Approfondimenti sullo snodo deviato e segnalato «dritto». Mancava un meccanismo

Milano Ancora una manciata di giorni, e l'inchiesta sulla tragedia del Frecciarossa non sarà più «a carico di ignoti». Il tempo di finire i primi esami del materiale, di individuare insieme ai periti i temi chiave su cui scavare per accertare le responsabilità nel deragliamento del Milano-Roma. Poi la Procura di Lodi darà il via al passaggio cruciale dell'indagine, l'analisi dei resti. E per questo sarà inevitabile fare partire gli avvisi di garanzia, in modo da consentire a tutti i potenziali responsabili di partecipare con i loro consulenti agli accertamenti.

Nel registro degli indagati finirà sicuramente al completo la squadra di manutenzione che ha operato nella notte tra mercoledì e giovedì sulla tratta interessata allo schianto. Ma è molto probabile che lo stesso destino tocchi ai piani superiori di Rfi, la società del gruppo Ferrovie dello Stato che ha in gestione l'infrastruttura, cioè i binari: a partire dalla Dtp, la Direzione territoriale di produzione della Lombardia, che ha sotto la sua giurisdizione la tratta più settentrionale dell'alta velocità. Fuori dal mirino degli inquirenti potrebbe restare invece Trenitalia, visto che nulla di quanto emerso finora porta a ipotizzare un malfunzionamento del Frecciarossa. Anzi, la decompressione del sistema pneumatico al momento del distacco del locomotore ha azionato i freni sui vagoni limitando sensibilmente i danni.

Per ora, l'attenzione resta accentrata sullo scambio che al termine dei lavori notturni era stato lasciato in posizione deviata, ma che al sistema veniva segnalato «dritto per dritto». Potrebbe essere stata la conseguenza di un banale errore umano nella fase di riconnessione dei cavi. Ma gli inquirenti stanno concentrando la loro attenzione anche sui motivi che hanno portato Rfi a disporre l'intervento. Secondo una fonte citata dall'Adnkronos, i tecnici lavoravano «su un'anomalia segnalata dal sistema». Qualcosa, insomma, non funzionava già prima. Cosa? E cosa diceva il rapportino finale inviato dal caposquadra in centrale, quello che ha dato il via alla riapertura della linea?

È per questo che l'indagine appare destinata ad allargarsi e a salire di livello. Ma anche nell'ipotesi che tutto venga riportato, alla fine, all'errore umano della squadra, la mancanza di un sistema di sicurezza «a prova di errore» chiama in causa inevitabilmente le responsabilità di progettisti e gestori. Un po' come accadde per l'incidente aereo di Linate, quando l'errore umano della torre di controllo dispiegò i suoi catastrofici effetti per l'assenza di un radar di terra.

La situazione sul luogo dello schianto va dunque in qualche modo «cristallizzata», nulla deve essere spostato fin quando la fotografia non sarà perfetta, perché ogni piccolo spostamento può alterare il quadro delle prove. Per questo l'ottimismo di giovedì, quando la Procura di Lodi ipotizzava che in un paio di giorni la linea potesse essere ripristinata, pare sia stato eccessivo. Perché i treni tornino a viaggiare sulla Tav tra Milano e il sud bisognerà attendere, nel migliore dei casi, la metà della settimana prossima, perché dal momento del dissequestro Trenitalia avrà bisogno di almeno quarantott'ore per verificare la situazione operativa. Ed è anche possibile che la riapertura al traffico avvenga inizialmente su un solo binario, alternando i treni nelle due direzioni. Prima che la cosiddetta «metropolitana d'Italia» torni a funzionare appieno bisognerà, insomma, attendere un bel po'.

Nel frattempo, la buona notizia è costituita dalla riuscita dell'intervento chirurgico sul più grave dei feriti, l'addetto alle pulizie del treno che ha avuto una gamba spezzata. Ma nell'obitorio dello stesso ospedale ci sono i corpi dei due macchinisti: e lì, per sostenere i parenti, è dovuto arrivare uno psicologo.

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