"Il figlio di Salvini sulla moto d'acqua? Nessun reato": prosciolti tutti gli agenti

Per il gip di Ravenna il reato non sussiste, nessun atto violento nei confronti del giornalista. Cade anche l'accusa di peculato

"Il figlio di Salvini sulla moto d'acqua? Nessun reato": prosciolti tutti gli agenti

Il figlio di Matteo Salvini in giro su una moto d'acqua della polizia, la scorta dell'allora ministro dell'Interno accorsa per fermare un videomaker di Repubblica: era l'estate del 2019, e sulla vicenda scoppiò un gran polverone. In queste ultime ore la storia sembra essersi finalmente conclusa, col gip di Ravenna, Corrado Schiaretti, deciso a chiudere il caso. I tre agenti di scorta, finiti nel registro degli indagati per peculato e violenza privata, hanno ottenuto l'archivizione poiché per il giudice il fatto non sussiste.

Cosa accadde nel 2019

Era il 30 luglio del 2019 ed il segretario del Carroccio si trovava in vacanza col figlio a Milano Marittima quando l'adolescente, attratto come molti giovani della sua età dal ruolo delle forze dell'ordine, chiese di poter fare un giro su una moto d'acqua della polizia. Ottenuto il permesso dall'agente, il ragazzo fu presto individuato da Valerio Lo Muzio, videomaker di Repubblica, che cominciò a filmare.

Immediato l'intervento della scorta di Matteo Salvini, che cercò di impedire all'inviato di continuare con la registrazione. Si originò una baruffa che portò all'iscrizione nel registro degli indagati dei 3 agenti, accusati di peculato e violenza privata. La vicenda destò molto clamore, e non mancarono le polemiche. Il poliziotto che aveva concesso al giovane Salvini di salire sulla moto d'acqua ricevette anche un provvedimento disciplinare. "Tre poliziotti indagati per il giro di cinque minuti sulla moto d’acqua di mio figlio. Ne parlo perché li conosco", aveva commentato su Facebook il leader della Lega.

L'archiviazione

Secondo il gip di Ravenna, i fatti avvenuti nel 2019 non costituiscono un reato. Da parte degli agenti della scorta di Salvini ci fu effettivamente "una pressante, anche irrequieta e magari perfino irritante richiesta di 'collaborazione' (in realtà di comprensione per la loro scomoda posizione)", chiarisce il giudice, ma nessuna reale azione violenta nei confronti del giornalista di Repubblica che, in ogni caso, "aveva il diritto di collocarsi sulla spiaggia nel punto più favorevole per effettuare le riprese".

Tuttavia, proprio come il videomaker di Repubblica poteva tranquillamente trovarsi sul litorale e filmare, anche gli agenti della scorta "avevano il diritto di farlo, magari anche per l'opposto scopo di impedirgli di riprendere parte o tutto quanto stava accadendo". Quanto al comportamento tenuto dall'ex vicepremier, questo viene descritto come sconveniente, ma non illecito.

Secondo il gip, inoltre, il giornalista uscì vincitore dalla vicenda, poiché subito dopo aver controllato i contenuti del filmato da lui registrato, gli agenti della scorta lo lasciarono proseguire con le sue riprese. Dalle immagini, fra l'altro, non traspare alcun "contatto fisico" che possa realmente essere interpretato come azione violenta."Ciò che viene bloccata è la visuale del giornalista, non la sua effettiva libertà di movimento", spiega il giudice, come riportato da La Nazione.

Per quanto riguarda l'accusa di peculato, neppure in questo caso era stato commesso un reato, poiché questa "richiede un apprezzabile danno al patrimonio" che all'epoca non fu riscontrato."La scorta di Salvini", inoltre, "era svincolata dalla gestione della moto d'acqua".

Ci sarebbe poi la frase "Bene, ora sappiamo dove abiti", che secondo il giornalista sarebbe stata pronunciata dagli agenti della scorta. Parole che non si trovano all'interno delle registrazioni e che comunque, secondo il giudice, non possono essere giudicate minacciose, in quanto provenienti "da operanti della polizia e non da criminali".

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