Non solo cashback. Così Supermario ha abbattuto totem, regali e mancette del biennio contiano

La fine dello sconto del 10% sui pagamenti digitali è l'ultimo passo di un piano mirato. Dalla revisione del reddito ai nuovi vertici di Fs, Anpal e Cdp in pochi mesi è cambiato tutto: stop ai sussidi e supermanager competenti

Non solo cashback. Così Supermario ha abbattuto totem, regali e mancette del biennio contiano

Una doppia damnatio memoriae per l'ex presidente del Consiglio. La prima è politica, essendo di fatto «estromesso» dai Cinque stelle che si proponeva di guidare. La seconda - e altrettanto dolorosa - è tecnica in quanto il governo Draghi ha in soli quattro mesi smontato tutto lo smontabile dei due precedenti esecutivi guidati dal docente universitario.

L'ultima iniziativa in ordine di tempo è stato il cashback di Stato del quale la cabina di regia della maggioranza ha dichiarato la fine anticipata a oggi. Si tratta di un'eutanasia annunciata in quanto nel Pnrr varato da Draghi non erano più contemplate le risorse per gli sconti sugli acquisti con moneta elettronica nei negozi fisici. Il ministro dell'Economia, Daniele Franco, potrà così contare su circa 1,75 miliardi in più nel 2021 mentre l'anno prossimo la misura sarebbe costata complessivamente oltre 3 miliardi di euro. La motivazione ufficiale è il forte sgradimento manifestato dalle istituzioni comunitarie. La Bce aveva inviato una lettera al premier nello scorso dicembre evidenziando come la misura ponesse il contante in una posizione di svantaggio rispetto agli altri mezzi di pagamento (sorvolando sul fatto che lo sconto del 10% creasse di fatto moneta gratis). Alla Commissione Ue non piaceva l'universalità: si applica a tutte le transazioni e non solo a quelle a maggior rischio di evasione fiscale. I Cinque stelle, capeggiati dal ministro delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli, hanno chiesto a Draghi una marcia indietro ma è difficile che l'ex numero uno della Bce si lasci convincere.

Basti pensare che uno dei primi interventi del nuovo esecutivo è stato quello di promuovere attraverso il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, una revisione del reddito di cittadinanza. Certo, la crisi pandemica ha per ora consentito la sopravvivenza della misura-bandiera dei pentastellati, ma nelle intenzioni di Palazzo Chigi c'è una scrematura dei «furbetti» e un utilizzo più coordinato con le politiche attive del lavoro, anche nell'ottica della riforma degli ammortizzatori sociali. In questo senso non è casuale la rimozione di Mimmo Parisi dalla guida dell'Anpal. L'ideatore del reddito di cittadinanza e dei navigator è stato avvicendato da Raffaele Tangorra, segretario del ministero del Lavoro, cioè da un tecnico.

Proprio questa attenta selezione del team di lavoro in base agli obiettivi ha portato Mario Draghi a «rimuovere» tutti i protagonisti dell'epoca Conte. Gli ultimi in ordine di tempo sono stati Dario Scannapieco, passando dalla Bei alla Cassa Depositi e Prestiti (braccio opertaivo del capitalismo di Stato) in luogo di Fabrizio Palermo e Luigi Ferraris, approdato alle Ferrovie (società fondamentale per gli investimenti infrastrutturali del Pnrr) al posto di Gianfranco Battisti. Nessuna di queste due nomine, per quanto fondamentali per la politica economica, hanno avuto lo stesso potere evocativo dell'insediamento del generale Francesco Paolo Figliuolo come commissario per l'emergenza Covid al posto del factotum contiano Domenico Arcuri. Ma la filosofia draghiana è la medesima: competenza e discontinuità.

Così come una forte discontinuità si registra nella gestione di alcuni bonus e sussidi previsti dalla legge di Bilancio 2021. È stato eliminato lo smartphone in comodato d'uso per le famiglie con Isee sotto i 20mila euro, mentre il bonus idrico per l'installazione di rubinetti e sanitari a risparmio d'acqua è stato ridotto a mille euro.

Il governo Draghi, caratterizzato da una forte impronta riformista, ha escluso sin dall'inizio la possibilità di un ripensamento sulla fine di Quota 100 nel 2021. Anche se il pensionamento anticipato appare una misura leghista, è stata sempre fortemente difeso dai Cinque stelle che avrebbero voluto indurre Conte a un ripensamento. Un atteggiamento assistenzialista che ha contraddistinto il contismo. Il nuovo corso riformista e liberale ha reso obsolete quelle discussioni.

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