Una firma che proietta Draghi verso il vertice dell'Europa

Il premier garante dell'accordo restando al governo. Per poi avere l'appoggio francese per guidare l'Unione

Una firma che proietta Draghi verso il vertice dell'Europa

Si chiama Trattato del Quirinale, ma proprio le sue finalità in prospettiva europea, e non solo esclusivamente franco-italiana, rendono poco auspicabile un trasloco di Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica. Le ragioni sono quantomai evidenti. Il Trattato, progettato nel 2017, è arrivato alla firma soltanto in virtù del rapporto tra il presidente francese Emmanuel Macron e il nostro premier. E in caso di rielezione di Macron lo stesso rapporto potrebbe, dopo il 2023, proiettare Mario Draghi alla guida della Commissione Europea. Ma perché quell'obbiettivo si realizzi è indispensabile che il Trattato venga ratificato dal nostro Parlamento. Un obbiettivo garantito soltanto se Draghi resterà alla guida del governo continuando ad esercitare quel ruolo d'indirizzo sulle forze politiche che un trasferimento al Quirinale renderebbe assai più complesso. Anche perché prima dell'arrivo di SuperMario non vi era partito o leader politico che non si fosse accapigliato con i cugini d'oltralpe.

Silvio Berlusconi subì lo sgambetto di un Sarkozy deciso ad eliminare non solo Gheddafi, ma anche l'influenza italiana in Libia. Non meno aspro fu lo scontro tra Macron e il governo Gentiloni quando il ministro dell'Interno Marco Minniti restituì all'Italia il suo ruolo di potenza di riferimento. E assolutamente devastanti furono gli scontri sui migranti con Salvini, accompagnati dalla clamorosa toppa del vicepremier Di Maio corso ad incontrare un oscuro leader dei gilet gialli.

Con questi precedenti non solo la ratifica, ma anche la realizzazione di alcuni cruciali obbiettivi del trattato, primo fra tutti la revisione del patto di stabilità, dipendono inevitabilmente dalla permanenza di Draghi a Palazzo Chigi. Schierare un governo guidato da un ex governatore della Bce sarà fondamentale per una partita che ci vedrà nel mirino del nuovo ministro dell'economia tedesco Christian Lindner e di tutti quei «frugali» del nord nemici di qualsiasi politica economica di stampo espansionista. Ma per poter pretendere la riforma del patto di stabilità l'Italia dovrà offrire garanzia di maturità sul fronte economico interno. Anche per questo Draghi resta una presenza indispensabile. Un suo trasloco al Quirinale seguito da una quasi ineluttabile crisi di governo renderebbe assai complesso il superamento di due scadenze fondamentali per la stabilità del Paese.

La prima è legata al termine del 31 gennaio data in cui si concluderanno gli effetti dello stato d'emergenza, ma non certo quelli del contagio. Arrivare a quell'appuntamento senza un governo nel pieno delle sue funzioni e senza un leader autorevole rischierebbe di far tornare l'Italia alle indecisioni dell'era Conte minando nuovamente la nostra credibilità europea. E ancor più complessa diventerebbe la realizzazione di un Pnrr (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) da cui, come disse Draghi, «dipendono i destini dell'Italia». Affrontarne la realizzazione in un clima da campagna elettorale, o d'instabilità determinata da un incerto risultato elettorale, rischierebbe di vanificare le riforme indispensabili per l'efficace utilizzo dei miliardi messi a disposizione dall'Europa. E quello sarebbe il vero peccato capitale. Dimostrare all'Europa di aver raggiunto con Draghi un nuova maturità politico-economica è cruciale, infatti, per conquistare lo sbocco potenzialmente più importante dell'intesa con la Francia ovvero la guida dell'Europa. Un Draghi forte della leva francese e reso ancor più autorevole dagli obbiettivi raggiunti da qui al 2023 diventerebbe, infatti, il candidato migliore per subentrare nel 2024 a Ursula von der Leyen e guidare la Commissione Europea.

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