La follia marxista di Orlando: la proprietà non è più un tabù

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La follia marxista di Orlando: la proprietà non è più un tabù

Roma - Il cosiddetto «codice antimafia» è buono, anzi ottimo, perché rompe il «tabù della proprietà privata» e «mette in discussione la ricchezza». E chi lo critica non è un garantista, ma un classista «cultore della proprietà privata».

No, a parlare non è un esponente del Partito Marxista-Leninista d'Italia (non è uno scherzo, esiste davvero) ma un dirigente del Pd nonché membro autorevole del governo Gentiloni: Andrea Orlando. Che venerdì, dal palco della convention della sua corrente a Rimini, ha lanciato la piattaforma ideologica di una sorta di neo-comunismo giudiziario, di cui il codice antimafia sarebbe il primo manifesto.

Se un provvedimento viene bocciato con parole pesantissime da giuristi di vaglia, costituzionalisti di ogni sponda, magistrati famosi e avvocati di peso, politici di ogni parte e imprenditori, e viene difeso solo da Rosy Bindi e Pietro Grasso, un dubbio - anche piccolino - dovrebbe venirti. Soprattutto se fai di mestiere il ministro della Giustizia. Invece no, ad Orlando di dubbi non ne sono venuti. Anzi: il ministro ha difeso a spada tratta il provvedimento varato dal Parlamento, e proprio nei suoi aspetti più devastanti e contestati, a cominciare dalla possibilità di sequestrare tutti i beni a chi sia semplicemente indagato - non condannato e neppure rinviato a giudizio - per comportamenti corruttivi (e si sa come vanno a finire, dopo lustri, la maggior parte dei processi in questo campo: nel nulla). E lo ha fatto, appunto, con un approccio tutto ideologico di fiero - ancorché un filo datato - stampo anticapitalista. «Il vero punto che ha fatto saltare sulla sedia tanti critici - ha esordito - non riguarda il garantismo, ma la proprietà privata». Diritto che - ancorché tutelato dalla Costituzione - evidentemente non convince il ministro. «Ora sui sequestri (dei beni ai presunti corrotti ndr) tutti dicono questo mette in discussione la certezza della proprietà». Allarme insensato, secondo Orlando: «Io penso, forse anche per il mio retaggio ideologico, che la certezza della proprietà possa essere messa in discussione, quando la proprietà è di dubbia provenienza». Se a un pm viene un dubbio sulla «provenienza» della tua casa o del tuo conto corrente, è dunque legittimo che ti venga (cautelarmente, ovvio) sottratta. E Orlando va all'attacco dei tanti che sono insorti proprio contro questa pericolosissima innovazione giuridica: «Io credo che la vera reazione su questo punto non è sulla tutela delle garanzie, ma sul tabù della proprietà privata. Perché secondo loro la proprietà privata, se è diventata in qualche modo presentabile, nessuno si deve permettere di metterla in discussione. Questa è una logica che appartiene alle classi dirigenti di questo paese, che non hanno interesse a vedere da dove arrivano i soldi ma solo al fatto che i soldi girino». La ricchezza, aggiunge, «va giustamente messa in discussione se sproporzionata, e a maggior ragione se di provenienza dubbia».

Quindi, taglia corto Orlando, chi critica la legge «non è garantista, ma cultore della sacralità della proprietà privata». E il codice antimafia è il nuovo Libretto Rosso, affidato ai pm per ripristinare la giustizia sociale.

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