Il vero pericolo per Giuseppi: montarsi la testa

Il premier è in piena "sindrome da potere", la stessa che ferò l'ascesa di Renzi e Salvini.

Il vero pericolo per Giuseppi: montarsi la testa

La strana euforia, con la sua adrenalina e le sue incognite, l'ha descritta bene, mercoledì scorso nel cortile di Montecitorio, il ministro per gli Affari europei, Vincenzo Amendola: l'unico ministro lodato in Parlamento dopo il consiglio Ue da Giuseppe Conte, ormai calato nei panni di Napoleone dopo la battaglia di Austerlitz. Episodio che ha suscitato il cruccio dei dimenticati, dal commissario Ue, Paolo Gentiloni, e al ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri («poteva dirci almeno un grazie!»). «Mentre ero ancora a Bruxelles - ha raccontato divertito Amendola in quell'occasione - mi ha chiamato mia madre trafelata: figlio mio che hai fatto?! Qui telefonano tutti. È quello che succede in Italia quando si parla di soldi: pensano di essere diventati tutti ricchi. Se chiederemo il Mes? Io mi fermo qui. Penso, però, che questa vicenda cambierà il quadro politico, perché i vecchi schieramenti non reggono più».

Se il ministro Amendola pensa al domani, il premier Conte, invece, ormai in preda alla «sindrome di Palazzo Chigi o da Potere»: si tratta di quella strana malattia che rende ciechi e fa pensare solo all'oggi e che, prima o poi, contagia tutti gli inquilini del balcone che si affaccia su piazza Colonna. I sintomi di Conte sono evidenti e, per alcuni versi, preoccupanti. Il premier parla di «io» e «loro», dove il «loro» sta per la sua maggioranza, come se il nuovo Bonaparte dopo la campagna d'Europa splendesse di luce propria. Ed ancora: ha già fatto sapere che quei benedetti 209 miliardi li gestirà lui e l'ennesima task force, facendo arrabbiare Gualtieri e beccandosi addirittura il rimbrotto di Roberto Fico. «La prima task force degli italiani è il Parlamento», ha spiegato il presidente della Camera, aprendo, su suggerimento del Quirinale, anche alla bicamerale sul Recovery fund. Non contento, visto che non vuole scherzi e punta ad aumentare la propria autonomia («si debbono ficcare in testa che io voglio restare al governo per tutta la legislatura»), il premier ha cominciato a telefonare (e a lusingare), usando il lessico dell'avvocato d'affari, ad un folto numero di senatori di Forza Italia: ; «l'ho sempre stimata»; «guardi che io e lei siamo più vicini di quanto lei possa immaginare».

A rendere ancora più grave la «sindrome» è poi la «corte» che si forma sempre, immancabilmente, attorno al Bonaparte del momento. Sono proprio i cortigiani quelli che perdono del tutto i freni inibitori. Mentre parlava in Senato, Rocco Casalino, regista della comunicazione di Palazzo Chigi, recapitava a mezza stampa italiana la foto di una vignetta dal gusto, si fa per dire, elegante: Salvini che sul balcone guarda l'aereo di Conte in volo che lascia come scia una parola dal significato tutt'altro che misterioso, «suca». Poi, ci sono gli inconvenienti in cui è incorsa la «macchina» del consenso 5stelle nell'organizzazione del trionfo del nuovo Napoleone in Parlamento: «Mi hanno telefonato da Palazzo Chigi - racconta il deputato Nunzio Angiola - per raccomandarmi di applaudire a lungo l'intervento di Conte alla Camera, come il miracolo del Cristo che cammina sulle acque. E io gli ho risposto: avete sbagliato numero, io sono un ex grillino». Ma chi ha davvero perso la testa, e magari pure la faccia, è il consigliere del principe, Marco Travaglio: grato per i due milioni di euro ricevuti dal suo giornale come contributo alle imprese, ha trasformato il Fatto nella Gazzetta ufficiale di Palazzo Chigi. Al personaggio, si sa, piace primeggiare: per cui da recordman mondiale di querele per diffamazione, si è trasformato in pochi mesi nel primo adulatore del premier senza pudore, al cui cospetto Ugo Intini, nel dirigere all'epoca l'Avanti!, appare oggi come un anarchico nel Psi di Bettino Craxi, mentre il compianto Sandro Fontana, per quello che scriveva da direttore del Popolo democristiano, come un feroce oppositore di Arnaldo Forlani.

Insomma, i sintomi della malattia ci sono tutti. Anche perché non è poi che Conte in Europa abbia fatto sai quale miracolo. Ha avuto solo il buonsenso di schierarsi con Macron e farsi guidare dalla Merkel, entrambi terrorizzati dalla prospettiva di un crac italiano: qualcuno dirà che Salvini non avrebbe fatto neppure questo; certo, ma se uno va a vedere quello che ha scritto l'house organ di Conte, il Fatto, su Angela ed Emmanuel negli ultimi anni, ci sarebbe da farsi quattro risate.

Detto questo, chi ha visto in passato da vicino le conseguenze della «sindrome», non ha dubbi sulla diagnosi. «È la bolla di potere - osserva Valentino Valentini, per anni «consigliere ombra» del Cav a Palazzo Chigi - che hanno già provato Renzi e Salvini. Cominci a lievitare, sali in cielo come una mongolfiera e, stando troppo in alto, non vedi più la realtà. Berlusconi? No, a lui hanno fatto pagare la popolarità». Pure uno dei chiamati in causa, Salvini, ha annusato quell'aria, che ha sperimentato sulla propria pelle nell'atmosfera del Pepeete. Al Senato, a chi lo contestava per le critiche mosse al nuovo Napoleone, ha risposto: «Se pensate che Conte sia diventato Papa Francesco, allora ditelo!».

Fin qui l'opposizione, ma anche nella maggioranza l'impressione non cambia. «Si sono montati la testa» esclama perplesso il piddino, Luciano Pizzetti, che da sottosegretario alle riforme del governo Renzi, ha già osservato da vicino un'esperienza simile. «Totalmente - gli va dietro Gennaro Migliore, di Italia viva -: non si rendono neppure conto che ci sono più condizionalità nel Recovery fund che non nel Mes e che i primi soldi dalla Ue arriveranno fra un anno». Mentre Stefano Ceccanti, da fine studioso delle cose della politica, coglie una differenza ancor più preoccupante per Conte rispetto ai casi citati. «Il premier - spiega - rischia di diventare troppo autoreferenziale ma mentre Renzi, Salvini o Berlusconi avevano dietro dei partiti, lui no. Tanto più che lui, soprattutto, ha goduto del fatto che Germania e Francia non vogliono che l'Italia finisca in mano ad un anti-europeista come Salvini. Cosa che non deve scandalizzare: gli americani diedero vita al piano Marshall per evitare che l'Italia entrasse nell'orbita comunista». Una debolezza, quella di non avere dietro un partito, non da poco, che rischia di trasformare Conte, per usare una battuta dedicata in passato da Massimo D'Alema al Cav, in «un Napoleone con lo scolapasta in testa». «O per usare un'immagine che non è mia - ridacchia il piddino Fausto Raciti - un gagà devoto a Padre Pio». Giudizi e commenti che dimostrano come l'Ego smisurato potrebbe creare al premier problemi con la sua stessa maggioranza. Zingaretti, infatti, è sempre più nervoso. Il governo gli sta stretto e gli piace ancor meno la prospettiva. «Se le elezioni regionali andassero male - confida sempre Raciti - sarà lui il capro espiatorio. Tant'è che la prova di forza del Pd sulla legge elettorale (finita male), è sembrata a molti un tentativo del vertice del partito di arrivare ad un chiarimento subito. Anche perché neppure Napoleone-Conte potrebbe evitare le conseguenze di una batosta a settembre, che consegnasse alle cronache un'Italia governata in 16 Regioni dall'opposizione e solo in quattro dai partiti di governo. «L'approvazione della legge elettorale alla Camera - spiegava l'altro ieri Luigi Di Maio, a cui non piace il protagonismo del premier - servirebbe a dare una ragione a questa maggioranza, e al capo dello Stato, per evitare di cambiare governo e quadro politico di fronte ad una sconfitta elettorale in autunno». Peccato che da ieri, con il rinvio dell'esame della legge, anche questo argomento per la sopravvivenza rischi di non esserci più. Resta il training autogeno dei ministri. «Come c'è un pre-Covid e un post-Covid per l'economia - è la litania che ripete Dario Franceschini come i monaci buddisti l'Om c'è un pre-consiglio Ue e un post-consiglio Ue per la politica: fare da oggi la guerra a Conte è più difficile». Solo che secondo la maga Ghisleri la maggior parte degli italiani (42% con il 36%) è convinta che questo governo non sia capace di spendere i soldi europei e la maggior parte degli scettici è concentrata nelle Regioni più produttive.

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