Francia, follia e Corano "Islamico radicalizzato" accoltella una poliziotta

Colpisce nel commissariato, poi fugge. Ucciso in uno scontro a fuoco. Era schizofrenico

Francia, follia e Corano "Islamico radicalizzato" accoltella una poliziotta

Follia e Corano. Galera e imam. Gli ingredienti dell'ennesimo attacco di matrice islamica contro la Francia e i suoi funzionari sono parte di un cocktail ben noto alle autorità transalpine. Ieri mattina si è riacceso nella mente di Ndiaga Dieye, 40 anni, nato nell'Esagono e già segnalato ai Servizi per la sua radicalizzazione in carcere. Era fuori, in libertà. Da marzo.

Intorno alle 9,45 si è diretto verso una piccolissima stazione di polizia a tre chilometri da Nantes. A La Chapelle-sur-Erdre (Loira Atlantica) entra con un coltello, si scaglia selvaggiamente contro una poliziotta 45enne. La prima che si trova davanti. Colpi alle gambe e alla mano, poi la fuga in auto. La Francia ripiomba così nell'incubo del terrorismo; scatta la caccia all'uomo, facilitata dalla maldestra guida su quattro ruote dell'ennesimo radicalizzato islamico certificato, che la Francia, ancora ieri sera, non definisce terrorista: per le autorità si tratta di un soggetto affetto da disturbi schizofrenici.

Nessuno l'ha sentito gridare «Allah Akbar». Non c'è rivendicazione. Quindi non può essere per ora considerato «terrorismo». In un clima in cui i sindacati di polizia denunciano da mesi la mancanza di personale a presidio delle piccole stazioni di provincia è però l'ennesimo attacco. Per il governo, «un'aggressione» da parte di «un profilo ibrido». Antiterrorismo neppure interpellata.

A poco più di un mese dall'attentato di Rambouillet - in cui una funzionaria in divisa fu sgozzata da un tunisino arrivato in Francia nel 2009, regolarizzato, che in quell'occasione gridò «Allah è grande» - la politica di ogni colore scandaglia la realtà usando parole di cautela. Ndiaga Dieye è nato in Francia. E il terrorismo endogeno è materia delicata, specie sotto elezioni (si vota a fine giugno per le regionali, l'anno prossimo le presidenziali).

Nessun riferimento dunque al percorso di radicalizzazione dietro le sbarre da parte di Emmanuel Macron, già criticato da decine di generali in pensione e poi da militari in servizio attivo che lo accusano di «concessioni» all'islamismo. «Chiarire le circostanze dell'attacco», ha detto ieri il presidente francese dal Sudafrica, «ho un pensiero per la poliziotta municipale e per tutti i suoi colleghi». Ma monta la rabbia delle divise, che annunciano una nuova mobilitazione. Anche Marine Le Pen sceglie toni soft: «Rifiuto che gli attacchi contro i nostri agenti diventino il nostro quotidiano, dobbiamo combattere questa barbarie e mai abituarci». Sei aggressioni in due mesi, due mortali.

Chi era, Dieye? Nato nel 1981 a Saint-Nazaire, secondo di 8 fratelli, dopo aver sferrato le coltellate ruba l'arma di servizio di Katell L. («fuori pericolo») e fugge per le strade della cittadina di 20mila abitanti. Lo cercano elicotteri, squadre cinofile e gruppi d'élite. Sul campo 240 gendarmi. Le scuole vengono blindate, i residenti invitati a restare nelle case. Intercettato intorno alle 13 e messo all'angolo da un'incidente con la Golf usata per scappare, spara ancora e ferisce due agenti, alle braccia e alle mani, e viene colpito a morte.

L'islamizzazione dietro le sbarre era certificata dall'amministrazione penitenziaria: in carcere si era già macchiato di aggressioni contro guardie e detenuti. E il suo nome era nel file degli allarmi per la prevenzione terroristica (Fsprt). Dal 2016 praticava l'islam «assiduamente e rigorosamente». Incarcerato nel marzo 2013 per rapina a mano armata con presa di ostaggi, sei mesi dopo cercò di evadere ferendo i secondini. Il 22 marzo 2021 è stato rilasciato e sottoposto a sedute psicologiche per seguire il suo stato di salute mentale. Gli era stata diagnosticata la schizofrenia nel 2016, in carcere, quando diceva di essere posseduto dal male pronunciando versetti del Corano.

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