"Al contrario degli Usa siamo pronti per una guerra lunga". La frase di Ali Larijani, segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale dell'Iran, cade sulla regione come una tessera di domino che attende solo l'urto per trascinare con sé il tavolo intero. È una frase che odora di storia insegnata a memoria, di orgoglio imperiale e di calcolo freddo. Dietro la retorica, si intravede la logica del leone ferito: moltiplicare i fronti per diluire la superiorità tecnologica avversaria, saturare le difese, colpire simboli e infrastrutture energetiche per alzare il costo globale del conflitto. Con la consapevolezza che il tempo può essere un'arma tanto quanto i missili.
Larijani ha evocato tremila anni di continuità, la difesa come destino. Ma la cronaca delle ultime ore racconta un'altra verità: l'Iran non si limita a resistere, attacca su un arco geografico che va dal Levante al Golfo, trasformando la rappresaglia in strategia, ma poi in via ufficiale dichiara di "non essere ostile verso i Paesi del Golfo".
Le sirene hanno squarciato il cielo di Gerusalemme, Tel Aviv e Haifa mentre le Guardie Rivoluzionarie annunciavano la "dodicesima ondata" di raid. Nel comunicato dei Pasdaran compaiono obiettivi simbolici e militari: il complesso governativo israeliano a Tel Aviv, centri di sicurezza ad Haifa, un attacco mirato a Gerusalemme Est e alla petroliera Athe Nova nello stretto di Hormuz. L'esercito israeliano ha attivato le difese aeree, invitando la popolazione a rifugiarsi negli spazi protetti. A Kuwait City una colonna di fumo si è levata nei pressi dell'ambasciata Usa, mentre esplosioni e sirene antiaeree risuonavano per il terzo giorno consecutivo. Il Bahrein ha annunciato una vittima. Secondo Teheran, la base navale statunitense Ali al-Salem sarebbe "completamente fuori uso" e la base Salman colpita da droni e missili. Numeri e danni che al momento trovano riscontri solo nelle dichiarazioni iraniane. In Qatar, l'aeronautica ha dichiarato di aver abbattuto due SU-24 iraniani e intercettato sette missili balistici e cinque droni. A causa degli attacchi agli impianti operativi di QatarEnergy è cessata la produzione di gas naturale liquefatto. Forti boati sono stati uditi all'aeroporto di Erbil, in Iraq, che ospita truppe della coalizione Usa. I sistemi di difesa aerea hanno abbattuto 70 tra missili e droni allo scalo. Gli Emirati intanto neutralizzano 15 missili e 148 Uav. In Arabia Saudita, la raffineria di Ras Tanura è stata presa di mira da un drone, abbattuto prima dell'impatto. A Paphos, a Cipro, Paese che dal 1° gennaio è presidente di turno del Consiglio dell'Unione Europea, l'aeroporto è stato evacuato dopo il rilevamento di un drone nello spazio aereo, mentre la base britannica della Raf ad Akrotiri, sempre sull'isola mediterranea, era già finita nel mirino nelle ore precedenti. I media iraniani hanno parlato dell'abbattimento di caccia F-15 Usa in Kuwait. Il Centcom conferma attribuendo però l'episodio a "fuoco amico" durante la fase più concitata degli attacchi iraniani.
È la nebbia della guerra, dove la verità si frantuma in comunicati contrapposti. Teheran rivendica 560 militari americani "morti o feriti" e l'attacco a tre petroliere nel Golfo e nello stretto di Hormuz, oltre a quattro missili contro la portaerei Usa Lincoln. Washington non conferma.
In serata arriva il bilancio dei Pasdaran: oltre 700 droni e centinaia di missili stati lanciati, 60 obiettivi strategici e 500 siti legati a Stati Uniti e Israele colpiti. Numeri che hanno la funzione di mostrare potenza e di negare l'idea di un regime sulla strada del tramonto.