Niscemi, in queste ore, vuol dire più di 1.500 sfollati su una popolazione di poco meno di 25mila abitanti. A conti fatti, quasi un abitante ogni 16, in questa città del Nisseno, è senza casa. E non è detto che i conti definitivi siano questi. Anzi.
I Niscemesi non stanno perdendo la calma ma non vogliono rassegnarsi a un altro silenzio; aspettano con pazienza risposte, tre giorni dopo una domenica che non si dimentica. La pioggia e la frana e la città che si sventra ancora sono nei loro occhi e nelle loro orecchie. Mentre continua a piovere. Tra fango e detriti c'è chi, di nuovo fuori da casa sua, ripensa al 12 ottobre 1997, quando il terreno venne giù negli stessi luoghi di domenica scorsa: Sante Croci, Pirillo e Canalicchio. E ricorda che una cinquantina di case ed una chiesa furono demolite. E dice amaramente: "Ma la lezione non è stata compresa". E rammenta silenzi lunghi quasi 20 anni.
Ma Niscemi non è oggi una città sconfitta; è una città disposta a pazientare anche se, 29 anni dopo, tanta gente è di nuovo fuori da altre case sventrate, in bilico; in quell'area dove quello che è successo quattro giorni fa era prevedibile succedesse di nuovo.
Silente, ascolta gli esperti dire che le loro case sul precipizio sono definitivamente compromesse. Quelle della "zona rossa".
Martedì sera, tanti Niscemesi sono andati in Chiesa Madre a pregare davanti al quadro della Madonna del Bosco, patrona della città. A chiedere intercessione celeste. Hanno sentito don Giuseppe Gafà, il vicario foraneo, definire "gesto straordinario" il loro raccogliersi in preghiera in un pesante silenzio. Lo hanno ricordato anche ieri mattina, sfollati, sotto il municipio, in attesa nelle lunghe file per registrare chi ha dovuto lasciare la propria casa. E tanti erano anche davanti al palazzetto dove arrivano i generi di prima necessità gestiti dalla Protezione Civile. Dentro al palazzetto, ci sono brandine e plaid per passare la notte. Un centinaio di Niscemesi quelli già accolti. Gli altri sfollati sono sparsi in case di familiari, B&B, luoghi di accoglienza. "Non c'è più niente, siamo in mezzo alla strada", dice una signora anziana davanti al municipio. "N'assucutaru assira stissa (c'hanno mandato via già ieri sera)", dice un uomo con la voce roca, rotta da un misto di rabbia e dolore. "C'hanno detto di andarcene e noi ce ne siamo andati subito", dice un altro aggiungendo, amaramente, che adesso a casa non possono più tornare.
Anziani, bambini, persone fragili. Nei loro volti c'è la paura, l'incertezza. Sanno che molti non potranno più rientrare a casa neppure per riprendersi i propri beni (e d'altronde, è impedito anche ai vigili del fuoco avvicinarsi a queste case, soprattutto quelle sul ciglio della frana). Con gli occhi lucidi, dicono che non rivedranno né riabiteranno più casa loro. Ed è chiaro che è qualcosa che fa più male di quanto è successo. "Siamo vivi ma non sappiamo cosa succederà adesso", dice una donna. Va male, malissimo", dice un'altra ospitata al momento dal fratello in attesa di andare dove le verrà detto di alloggiare. E continuano a chiedersi e a chiedere perché, in quasi 20 anni, nulla s'è fatto.
Ieri, sotto la pioggia, hanno aspettato la presidente del consiglio Giorgia Meloni con solo la voglia di chiederle aiuto. Con loro, le maestre di 323 i bambini rimasti senza classe, perché i plessi che frequentavano sono in zone a rischio frana. Due le scuole dell'obbligo ancora aperte. Le mamme, ieri mattina, hanno sentito il sindaco Massimiliano Conti dire che vogliono riattivare le lezioni senza doppi turni né didattica a distanza "e farlo nel più breve tempo possibile".
Sono pazienti gi abitanti di Niscemi. Pazienti gli sfollati. Capiscono anche che le notizie arrivano col contagocce quasi inevitabile in situazioni come questa.
"Abito in via Caracciolo dice una di loro e ancora nessuno mi ha detto qualcosa su casa mia, se e quanto devo starne fuori". Tra dubbio, incertezza, amarezza c'è però chi, parlando con i giornalisti, punta dritto il suo pensiero alla cosa più importante: "Siamo vivi, ed è questo quello che conta".