La gioia della maggiore età che il virus ha imprigionato

Una generazione di 18enni chiusa in casa nel momento della libertà. Una beffa che il destino dovrà risarcire

La gioia della maggiore età che il virus ha imprigionato

Mentre faccio lezione a distanza con il più piccolo dei miei figli (svogliato perché poi non ci sarà l'intervallo di gioco con i compagni), penso che in questo momento i più sfortunati di tutti sono i diciottenni. Erano pronti a eventi immensi nella vita di chiunque, la data sognata fin da quando bambini seppero dai genitori che a 18 anni avrebbero potuto «fare quello che volevano»: una frase spesso detta con irritazione, per manifestare che «adesso no, fai quello che diciamo noi». Ma che spalancava un mondo di visioni e di sogni fantastici: le chiavi di casa, forse andarsene, da quella casa, magari in un'università straniera, di certo la patente e forse l'automobile. La libertà, insomma, e se non il potere - «potere».

Non si pensa quasi mai, prima dei 18, all'assunzione di responsabilità. Al massimo »Oddio, se faccio qualcosa potrò finire in galera...» e, i più politicizzati, al voto. Quel compleanno è visto solo in funzione di benefici, la festa con gli amici (va beh, in più anche quella con i parenti...), i doni insolitamente generosi, un viaggio all'estero, con l'Interrail o addirittura con la macchina. Per me fu proprio così, l'estate dopo, con la mia ragazza dell'epoca e la sua 500 rossa nuova fiammante, che la mia Prinz di quarta mano non dava garanzie e soprattutto non aveva i sedili ribaltabili: facemmo un mezzo giro d'Europa dormendo, e il resto, in auto. Per difenderci da eventuali assalti notturni avevamo una scacciacani che sparava soltanto aria, e fu utilissima per sterminare le zanzare attaccate ai vetri in attesa del momento buono. Giorni grandiosi, indimenticabili.

I diciottenni del Coronavirus non avranno niente di tutto ciò, avranno ricordi di clausure e di passi perduti, di contese familiari per gli spazi, di risate e bisbocce mancate. La prigionia invece della libertà tanto a lungo promessa e attesa. È per questo che sono loro a fare più pena, sono loro i più ingiustamente castigati, anche dalle preoccupazioni per il futuro che sentono aleggiare in casa. Alla speranza si è sostituita la mancanza, e la visione del futuro come un viale alberato e pieno di fiori è diventata un sentiero in montagna, stretto e tortuoso, in salita. Non solo i diciottenni, naturalmente. Ieri ho ritrovato una foto della mia discussione della tesi laurea. Allora si invitava un fotografo professionista, per l'occasione: eccomi in completo grigio, cravatta, barba e capelli curati davanti alla commissione pronta alla lode e al bacio accademico. L'aspetto più emozionante però non si vede, sono i miei genitori seduti in fondo alla sala, più emozionati che al loro matrimonio. L'ho subito pubblicata su Twitter, dedicandola ai ragazzi che si devono laureare a distanza, che concludono gli studi e iniziano la vita adulta senza poter uscire da casa e dare sfogo al trionfo.

Sono beffe, torti irrecuperabili, che segneranno una generazione. Non c'è modo di risarcirli, che tanto alla promessa di un Paese migliore non crede più nessuno. Qualcosa di buono, però accadrà e, per non fare la figura dello zio scemo, parlo da storico: a ogni catastrofe segue una rinascita, con sorprese inaspettate. Ragazzi, voi le avrete, e questa sia la vostra consolazione.

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