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La giornata del bluff M5s Luigi si arrende al Movimento

Il leader frenato dalla paura dell'accordo con Fi: "Il partito non tiene". Salvini: no al governo di tutti

La giornata del bluff M5s  Luigi si arrende al Movimento

Il bluff dura una giornata. Poi, con Luigi Di Maio che conferma pubblicamente l'indisponibilità a sedersi al tavolo non solo con Silvio Berlusconi ma anche con Giorgia Meloni, l'ipotesi di un governo sostenuto da centrodestra e M5s torna ad essere lo scenario improbabile che era stato fino a ieri mattina. Una conclusione per molti versi prevedibile, visto che le posizioni in campo sono ormai così lontane e cristallizzate che solo un eclatante e rumoroso passo indietro di uno dei protagonisti della partita potrebbe davvero aprire la strada ad un governo del genere. Al di là delle sfumature e dei toni che si sono andati ammorbidendo, la sostanza delle cose resta dunque quella di 24 ore fa: da una parte i Cinque stelle non sono disponibili a sostenere un governo con dentro Foza Italia e Fratelli d'Italia, dall'altra Berlusconi non ha intenzione né di farsi da parte, né di regalare un improbabile appoggio esterno ad un governo M5s-Lega. Quel che resta dell'esplorazione del presidente del Senato Maria Elisabetti Casellati, dunque, è l'impraticabilità di un esecutivo centrodestra-M5s. E questo dirà oggi la seconda carica dello Stato quando salirà al Colle per relazionare Sergio Mattarella.

Della giornata di ieri, dunque, restano piuttosto le sfumature, che pure sono importanti. E che raccontano un Di Maio decisamente meno tranchant nei toni verso il centrodestra. Così morbido da arrivare a dire che il problema di dar vita ad un esecutivo con Berlusconi e Meloni è che sarebbe a rischio «la tenuta del movimento». Nessuna invettiva contro il Cavaliere, nessuna pregiudiziale sui programmi, ma un ragionamento più ampio - e più vago - sui costi politici di un eventuale tavolo a quattro. D'altra parte, nella telefonata di prima mattina con Salvini il leader pentastellato aveva mostrato evidenti aperture. Anche lui, infatti, inizia a sentire il fiato sul collo di una fase post voto ormai arrivata al giorno 47, con tutto ciò che questo comporta a partire dal rischio di essere risucchiato nelle logiche della vecchia politica. Per non parlare della possibilità concreta che il Quirinale possa affidare il prossimo incarico esplorativo al presidente della Camera Roberto Fico, esponente di punta del M5s che di fatto rischierebbe di andargli a «pestare i piedi». Di qui l'apertura a Salvini, riportata dal leader della Lega sia a Berlusconi che alla Meloni, al punto che i due avevano davvero iniziato a pensare si potesse aprire un dialogo. Finito contro il muro dei soliti veti, perché già solo decidere chi si sarebbe dovuto sedere al tavolo del programma del futuro governo è stato motivo di incomprensioni e tensioni. Di Maio ha sperato che il leader di Forza Italia si accontentasse di sostenere il governo senza farne parte e Berlusconi ha risposto «no, grazie» escludendo qualsiasi ipotesi di appoggio esterno. Una soluzione che lo stesso Di Maio - a testimonianza di quanto sia difficile il momento - è arrivato a chiedere esplicitamente: «Posso accettare il sostegno esterno di Forza Italia e FdI, ma ci sono dei limiti oltre i quali non posso andare».

Una giornata, insomma, che certifica lo stallo. E che spinge il Colle sempre più verso la soluzione finale del cosiddetto governo del presidente. Il punto è chi ci starà. Salvini, infatti, ora sta tenendo una linea di grande responsabilità ed è pronto a metterci la faccia in prima persona pur di sbloccare l'impasse. Quello che non sembra disposto a fare - questo dice chi lo conosce bene - è infilarsi in un governo tecnico, comunque lo si voglia chiamare, che finirebbe per non rispettare il mandato elettorale. E se davvero la Lega dovesse dire «no» il rischio è che qualcun altro decida di accodarsi con conseguente «effetto valanga».

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