Giulietto, il comunista perfetto passato dall'Urss al complottismo

È morto il giornalista Giulietto Chiesa. Legato al Pci e all'Unione Sovietica, antioccidentale, odiatore degli Usa: un "nemico", ma colto

Giulietto, il comunista perfetto passato dall'Urss al complottismo

È una prova terribile per me, scrivere - parce sepulto - di Giulietto Chiesa, morto da poche ore. Eravamo nemici. Lo eravamo apertamente e francamente e ci siamo scontrati in anni lontani anche in televisione. Eravamo agli antipodi l' uno dell' altro, sicché dubito molto che a parti invertite - me morto e lui a scrivere - avrebbe avuto parole misericordiose, o semplicemente decorose. Era un comunista tutto d' un pezzo, e fin qui nulla da obiettare. Ma Giulietto faceva parte anche antropologicamente di quel mondo ligure-piemontese con quei baffi e quegli occhiali e quell' espressione inconciliabile che faceva parte e fa parte di un modo di essere. Odiava l' America, nel senso degli Stati Uniti, e l' ha descritta come corrispondente nei modi peggiori, attingendo a tutto ciò che gli americani - questo straordinario popolo di masochisti libertari - dicono (male) di se stessi nei film, nella letteratura, nel loro modo onesto e aperto.
Viceversa, Giulietto Chiesa era un comunista molto legato all' Urss e poi alla Russia di Gorbaciov e successiva. Lo è stato in quella maniera massiccia, costante e prevedibile che mi faceva impazzire di rabbia, anche quando abbiamo lavorato per la stessa testata, La Stampa. E per questo alla fine mi era anche simpatico, nel senso che il suo caso era talmente chiaro e onesto, da semplificare ogni giudizio: tutto ciò che pensava e scriveva era il contrario di quel che io pensavo e scrivevo e così è stato per gli anni passati in comune.

Eppure, mi dispiace. E mi sembra di essere come Giusti in Sant' Ambrogio, quando si commuoveva vedendo quei soldati invasori con i baffi color di sego e «qua, se non fuggo, abbraccio un caporale». Lo detestavo, ma mi spiace.
Leggo che ha lavorato fino all' ultimo alla sua televisione, dove diceva cose per me inaudibili e infatti non lo ascoltavo.
Mai. Però ero contento che lui avesse tutta la libertà di dirle.

Era stato un giovane dirigente del Pci ed eravamo coetanei. Poi andò a Mosca dove, essendo un italiano ben vissuto e ben letto, criticò senza sforzo e senza rischi il miserabile sistema comunista sovietico, permettendosi una certa capricciosità intellettuale che a quell' epoca faceva gioco a chi volesse dimostrarsi stanco delle sopracciglia pesantissime di Leonid Breznev.
Era colto, sapeva il russo in modo persino accademico, sapeva leggere fra le righe e anche scrivere, fra le righe. E con questo non difficile lasciapassare del critico antipatizzante di un sistema decrepito, liberticida, fallimentare e moralmente inaccettabile, si guadagnò i galloni per incarnare il suo vero personaggio di successo: l' anti-occidentale.
Detestava il liberalismo, il liberismo e la libertà nel senso del rispetto sacrale delle idee opposte dell' altro. Era certamente molto bravo come scrittore, avendo tutte le doti dell' osservazione e della descrizione, una capacità di polemica notevole, ma sempre perfettamente impostata sullo stesso cliché. E dunque era adorato da quell' Italia che oggi va dal Fatto alla sinistra generica, che si riconosce in lui perché lui incarnava, professionalmente e senza concessioni libertarie, l' ortodossia in persona.

Specialmente quando doveva recitare la parte - non difficile - del bastian contrario che invita alla facile ammirazione di sinistra: com' è indipendente, come gliele manda a dire.
E dunque, adesso che ci penso, e benché non lo amassi, devo onestamente aggiungere che mi manca. Non perché lo seguissi, ma perché era un arredo pregiato ma non sofisticato di un mondo che odiava in blocco l' Occidente e specialmente gli Stati Uniti, cosa che lo rendeva preziosissimo alla nomenclatura.

Era anche un complottista paranoico sull' Undici Settembre delle Torri Gemelle, credeva che una «cabina di regia» stesse dietro il terrorismo in Europa, pensava che gli americani non fossero realmente andati sulla Luna e leggo che lo stesso Peter Gomez del Fatto Quotidiano, sul quale Chiesa teneva un blog, considerava le sue opinioni «strampalate». In realtà erano coerentissime e legate tra loro da una logica - intellettualmente parlando - infernale, senza il minimo spazio aperto a ortodossie che non fossero la sua.

Rammaricandomi della sua morte, perché ha comunque fatto parte della mia vita e del giornalismo italiano, ricordo di averlo apprezzato per la sua franchezza minacciosa alla fine di un dibattito in televisione. «Ma chi te lo fa fare? - mi disse - Non vedi che rischi solo di farti male?». E aveva ragione lui. Gli vada dunque almeno la mia nostalgia per quel particolare nervosismo che Giulietto infliggeva a chi avversava, essendo l' incarnazione perfetta del comunista piemontese dissidente appena quanto basta, perché la sua vita di intellettuale aveva come unico obiettivo di demolire tutto ciò che un liberale ama. E, quindi, d' accordo: parce sepulto, Giulietto, nemico perfetto.

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