Giulio tradito dalla sete di rivoluzione. E lo strano silenzio dei "suoi" giornali

Il ricercatore giramondo voleva raccontare storie di ribellione contro il regime Dal "Manifesto" ai media egiziani si alza un muro di gomma: "Mai conosciuto"

Giulio tradito dalla sete di rivoluzione.  E lo strano silenzio dei "suoi" giornali

Tutti sembrano volersi smarcare da Giulio Regeni: dal Manifesto, all'agenzia di stampa Nena, portale indipendente che tratta cronaca e tematiche del Maghreb e del Medioriente. Per il Manifesto Regeni aveva scritto almeno tre articoli, dove raccontava dell'opposizione ad Al-Sisi, della disoccupazione e degli effetti della crisi economica sulla società egiziana. Il taglio dei servizi partiva dalla prospettiva dei movimenti operai e del sindacalismo indipendente. Per la pubblicazione dei suoi articoli il ricercatore originario di Fiumicello aveva chiesto di non essere citato o di poter usare uno pseudonimo, «Antonio Drius», utilizzato di fatto soltanto in un'occasione. Difficile quindi risalire all'autore quando i servizi venivano pubblicati online e sul cartaceo con il generico «redazione». Come del resto è accaduto in alcune circostanze con l'agenzia Nena. La stessa che proprio ieri ha divulgato un comunicato nel quale precisa «di aver avuto un solo contatto diretto con il giovane, tramite mail. Giulio ha proposto un articolo sul sindacalismo egiziano. Abbiamo accettato la sua proposta e pubblicato il suo articolo il 14 gennaio 2016. Né prima né dopo abbiamo avuto altri contatti con Giulio». Eppure il servizio del 27 dicembre, firmato «della redazione», e dal titolo «Dissidenti e stampa nel mirino in attesa del 25 gennaio», è riconducibile a Regeni. Non solo per lo stile e il tema trattato, ma anche per il materiale messo a disposizione di Nena e recuperato dall'associazione di diritti civili Egyptian Coordination for rights and freedoms (Ecrf). Non è un mistero che Regeni fosse stato a più riprese nella sede di El Hamed Shaaban Street, al Cairo, per conversare con il direttore Mohamed Lofty e raccogliere materiale per i suoi servizi. Come quello che stava preparando su Ismail Iskandarani, reporter e ricercatore presso il Centro egiziano per i diritti economici e sociali, arrestato il 9 dicembre scorso per affiliazione ai Fratelli Musulmani. Iskandarani scriveva per Noon Post, blog di informazione piuttosto critico con Al-Sisi e il suo governo. Regeni voleva perfezionare l'arabo anche per poter scrivere su giornali come quello, non avendo molto spazio sulla stampa italiana, poco recettiva sulle tematiche proposte. Per il Noon Post scriveva anche Falaq Al Dossari, la giornalista egiziana che dice di aver visto uno «straniero» arrestato alla fermata della metropolitana di Giza, al Cairo, il 25 gennaio. Alla fine sembra essere sempre una questione di mail. Nessuno ammette di aver conosciuto Giulio in carne ed ossa. I rapporti con Nena e il Manifesto erano epistolari. Si evince un desiderio di protezione, ieri come oggi, dopo il suo barbaro assassinio. Una morte che è la conseguenza di una passione, quasi febbrile, nel raccontare storie inclini alla rivoluzione e alla ribellione verso un qualsiasi sistema. Passione che risale ai tempi del liceo e al suo soggiorno a Santa Fé, nel New Mexico. Una località strategicamente importante, a due passi da quel Messico patria di uno dei suoi idoli, il subcomandante Marcos, rivoluzionario messicano, ex portavoce dell'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Avrebbe voluto intervistarlo, per ricalcare le orme dello scrittore Manuel Vazquez Montalban che incontrò Marcos nel febbraio del 1999. Il rischio in prima fila, senza però avere gli strumenti per affrontarlo con le dovute misure di sicurezza. Per scrivere una verità artigianale a distanza di sicurezza dai possenti macchinari dell'informazione, gli stessi che oggi sostengono di non aver pubblicato un solo pezzo di Giulio Regeni e di conoscerlo solo attraverso lo schermo di un computer.

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