Ora si ribalta tutto in Senato: ecco chi ha (davvero) più voti

La scissione nel M5S ribalta i rapporti di forza. Esultano Salvini e Berlusconi, incubo Pd: ecco i conti in Senato

Ora si ribalta tutto in Senato: ecco chi ha (davvero) più voti

Da un lato della barricata c’è la Meloni, convinta che quello di Draghi sia un esecutivo con "una fortissima impronta di sinistra". Dall’altra si sbraccia Fratoianni, leader della lacerata Sinistra Italiana, sicuro invece si tratti di "un governo di destra". I due estremi vanno a braccetto, entrambi contrapposti allo stesso drago, sebbene per motivazioni opposte: Giorgia lo vede rosso fuoco, Nicola nero pece. La stranezza è tale che se un alieno scendesse sulla Terra ci prenderebbe per matti: ma quindi avete un governo di destra o di sinistra?

Fatti i ministri e ottenuta la fiducia, il governo dovrà affrontare le fatiche politiche di tutti i giorni. I provvedimenti approvati in Consiglio dei ministri dovranno passare dalle grinfie del Parlamento, ed soprattutto in Senato che nasceranno i guai (chiedere a Conte per conferma). Ieri a Palazzo Madama Draghi ha raccolto 262 favorevoli contro soli 40 contrari, oggi alla Camera un nuovo e chiarissimo semaforo verde con 535 sì e 56 no. Eppure il risultato non è sinonimo di stabilità: i partiti ai piedi del professore sono troppi, molto eterogenei e finiranno col litigare. Quando succederà - perché succederà - chi riuscirà a spuntarla?

I ribelli grillini

L’asse Pd-M5S-Leu, pur sconfitto in zona Ciampolillo nell'Era Conte, era convinto di poter essere maggioranza anche nell'ammucchiata draghiana. Alla Camera in effetti dubbi non ve ne sono: lì Zingaretti, Crimi e Speranza sono in vantaggio. Ma non basta governare un ramo del Parlamento per dirsi al sicuro. Anzi. Il terremoto di ieri al Senato di fatto stravolge i rapporti di forza e mette nei guai la sinistra proprio nell'Aula dove molto spesso cascano i governi.

Vediamo perché. Dei 6 senatori di Leu, alla fine, solo 4 sono tecnicamente in maggioranza: la componente di Mdp ha garantito la fiducia, mentre Sinistra Italiana (con alcuni distinguo) è andata all’opposizione. Peggio mi sento nel Movimento Cinque Stelle: contro "l’apostolo delle élite" hanno alzato la mano ben 15 grillini, già di fatto espulsi, che diventano 21 defezioni se si contano i 6 senatori "assenti non giustificati" alla chiama. La scissione non incrina soltanto la stabilità dei pentastellati, che scendono così da 92 a 71 senatori e rischiano l’implosione, ma consegna di fatto il Senato ad una virtuale maggioranza di centrodestra.

La fiducia a Draghi

I numeri parlano chiaro. Sommando i voti di Pd (35), Leu (4) e M5S (71) si arriva a 110 senatori. Dall’altro lato Lega (63), Forza Italia (52) e Cambiamo! (3) possono invece contare su 118 voti. I rapporti di forza, causa diaspora grillina, pendono quindi dalla parte di Salvini e Berlusconi e per superare il centrodestra a Zingaretti e Crimi non basterebbe neppure "graziare" i 6 pentastellati assenti. "Siamo forza di maggioranza rispetto a Pd e Cinque Stelle", esulta sornione il Capitano. Certo, sul piatto della bilancia vanno messi anche il gruppo misto, Calenda, Bonino e gli autonomisti. Guai poi dimenticarsi dei 10 transfughi "Europeisti", prima salvatori della Patria e ora già archiviati in cantina. Ma la verità è che senza i voti degli Azzurri e del Carroccio, Draghi non avrebbe la maggioranza assoluta in Senato: se ai 262 senatori si sottraggono quelli di Lega, Cambiamo! e Forza Italia, ieri il governo avrebbe raccoto solo 148 voti. Molti meno di quelli raggranellati da Conte all'ultimo giro. Tradotto: il centrodestra può tenere in pugno la durata dell'esecutivo.

Le mosse dei partiti (e il ruolo di Iv)

Non è forse un caso se nei giorni scorsi dem, grillini e Leu hanno dato vita ad un intergruppo parlamentare. Lo scopo pare fosse quello di mostrarsi uniti per affrontare l’ingresso in maggioranza del centrodestra, tenendo vivo quel che resta dell'esperienza Conte. E invece non solo la mossa ha spaccato il Pd, dove "Base riformista" e i "Giovani Turchi" ribollono. Ma non ha neppure impedito l’addio della pattuglia grillina, trasformando così l’ex asse "contiano" nella minoranza della maggioranza.

Breve, finale, appunto su Matteo Renzi. Dopo la nascita dell’intergruppo Pd-M5S-LeU, pare che il leader di Iv abbia stappato champagne, immaginando l’apertura di praterie al centro per far crescere il suo partito. Difficile prevedere l’esito di tale progetto. Quel che è certo è che pure all’interno dei Draghi-Boys, ancora una volta, Iv può diventare l’ago della bilancia. Su giustizia, tasse, scuola e altri scottanti temi, i 18 senatori agli ordini del leader di Rignano potrebbero risultare decisivi nell’indirizzare le politiche verso destra o verso sinistra. Nella variopinta maggioranza, infatti, tutte le anime del centrosinistra messe insieme (Pd-Leu-M5S-Azione-Europeisti-un pezzo del Misto) contano 127 senatori; il centrodestra (Fi-Lega-Cambiamo!) arriva invece a 118. In caso di stallo o contrapposizione, sarebbero i 18 renziani a fare la differenza.

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