Il grido degli esercenti stremati: basta con i ristori, vogliamo lavorare

L'ambulante: ho impegnato le catenine d'oro dei miei figli e ho perso la dignità. Il ristoratore: ho investito per sanificare il locale, tutto inutile

Il grido degli esercenti stremati: basta con i ristori, vogliamo lavorare

«Non mi vergogno a dirlo. Sono andato al monte dei pegni, ho impegnato le catenine dei miei figli. Non ce la faccio». La disperazione ha la voce segnata e composta di Filippo Accetta, 51 anni, di Palermo, ambulante del settore fieristico, fermo da oltre un anno. Un anno che è diventato un baratro economico per la sua famiglia che con lui gestiva l'attività. Il codice Ateco del suo settore non è compreso tra quelli delle categorie che hanno diritto ai ristori: «Ho preso 1.200 euro come partita Iva. Poi nulla. Se chi sta al governo non va a vedere la sofferenza delle persone non può comprendere. Io devo sopportare le lacrime dei miei figli. Ci stanno distruggendo. Noi chiediamo solo di lavorare seguendo le regole. Ho tre furgoni fermi, l'assicurazione non la posso pagare. Ho l'affitto di mille euro al mese per un capannone che non riesco a sostenere ormai da mesi». Filippo parla di «dignità perduta».

Ambulanti, ristoratori, piccoli e grandi imprenditori. La rabbia e la rassegnazione sono le stesse anche tra chi in piazza mercoledì a manifestare non c'era. Sta provando a «resistere», dice così, Stefano Gamberini, 54 anni, che gestisce da 26 anni un pub a Ravenna. Uno di quei locali che lavoravano soprattutto la sera: «Io non voglio i ristori. Io voglio lavorare. Mi sono arrivati in un anno 9mila euro. Ma io devo pagarne 2mila solo di affitto ogni mese. Con l'asporto faccio poco o niente. Fino ad adesso sono riuscito a onorare i miei debiti ma inizio a fare molta fatica, i risparmi li ho finiti. Le proteste? Io mi sento inerme. Non saprei nemmeno più contro cosa combattere. Anzi sì, combatto per campare. Io vorrei solo lavorare, almeno un po', con tutte le regole possibili».

La voce unanime è sui ristori, «una goccia nel mare» con cui al massimo ci si paga «un mese di affitto quando va bene». Massimo Massoni ha un ristorante nel centro di una Roma che non vede un turista da un anno. «Ci sono aziende solide riescono ancora a resistere, ma non più per molto. Noi siamo una realtà strutturata, ma anche un'azienda come la mia se va in default poi non riapre. Anche noi ci stiamo indebitando e attingendo ai risparmi. I miei dipendenti non riescono nemmeno a pagare l'affitto di casa e li sto aiutando. Continuano a tenere chiusi i ristoranti ma i dati su contagi e morti non calano. Perché non si rendono conto che non è chiudendo noi che si risolve il problema?».

Vanessa Ragazzoni ha un centro estetico alla periferia di Milano. Ci invia una foto del suo saldo sul conto corrente: «928 euro. Ho diecimila euro di spese sostenere, tra affitto, fornitori e metà mese di stipendi delle dipendenti. Non so cosa inventarmi, io non ho diritto a niente perché l'anno scorso ho avuto una perdita inferiore del 30 per cento. Ora sono chiusa da tre settimane. Nessuno parla di aiuti».

«Non vogliamo morire di fame», dice Ettore Purru ha una pizzeria a Sestri Levante: «Ieri mi è stato rifiutato un pagamento per insufficienza di credito conto, mi dica lei come dobbiamo fare. Ho ricevuto 9mila euro in un anno, ma ne pago 3.500 affitto ogni mese. A due dipendenti non ho rinnovato il contratto che era in scadenza. Io ho investito migliaia di euro per rendere il mio locale sicuro, c'è una sanificazione continua dell'ambiente. Mi devono spiegare perché non posso lavorare nemmeno a pranzo. Ci stanno uccidendo». Tutte le categorie sono in ginocchio. Anche i grandi: «Siamo fermi da 13 mesi, non ce la facciamo più - denuncia Fabio Medas (gruppo Camperos) -. Il precedente governo ci ha detto che il popolo italiano può vivere con 96 euro al mese, avendo dato 1.200 euro in un anno. Io non ho guadagnato perché lo Stato mi ha detto di stare fermo, non perché sono andato al mare. Vanno bloccate le tasse. A me non interessano i soldi, ma riaprire».

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