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Guerra e rincari frenano la crescita del Pil. I costi agricoli mettono a rischio la ripresa

Confcommercio ottimista ma se la guerra non finisce a breve inflazione al 2,5%. E Coldiretti rilancia il suo allarme sui prezzi

Guerra e rincari frenano la crescita del Pil. I costi agricoli mettono a rischio la ripresa
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All'allarme lanciato da Coldiretti sull'impennata dei costi agricoli a causa della guerra nel Golfo, si sono ieri appaiate le previsioni della Congiuntura Confcommercio sul Pil 2026 che, nello scenario peggiore, dimezzerà la sua crescita. Tutto dipenderà dalla durata del conflitto: se i prezzi dell'energia rientreranno entro giugno, gli effetti saranno gestibili. "L'esplosione dei costi di produzione fino al 30% scatenato dalla guerra in Iran afferma Coldiretti - mette a rischio le produzioni agricole, con rincari a doppia cifra". Per i coltivatori - ieri in Abruzzo con il presidente Ettore Prandini e il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida nell'ambito della mobilitazione in difesa del Made in Italy la crisi rende "necessarie misure urgenti di sostegno Ue per tutelare le coltivazioni". Tra energetici, fertilizzanti e antiparassitari, i costi per un'azienda agricola salgono fino al 30%. In crescita soprattutto i fertilizzanti, colpiti direttamente dal blocco dello stretto di Hormuz. Per Prandini "non può essere solo il governo italiano a dare risposte, come sta facendo. Abbiamo bisogno di reazioni comunitarie per dare risposte non solo agli agricoltori, ma, in termini più generali, a tutti i cittadini e consumatori".

E se Coldiretti sottolinea un tema anche strutturale, l'analisi del Centro Studi Confcommercio esamina gli effetti dei rincari delle materie prime fino all'ultima riga del Pil. E lo fa con due diversi scenari: posto che, senza guerra, la stima 2026 era inflazione a +1,7% e Pil a +1%, il primo scenario prevede gas e petrolio ai livelli attuali per altri due mesi, con rientro entro giugno. Mentre il secondo ipotizza il Brent a 100 dollari fino a dicembre. Ebbene, uno choc temporaneo avrebbe impatti molto limitati: inflazione finale annua al 2,1% e crescita ridotta a 0,9%. Mentre con il secondo le cose cambiano: l'inflazione media 2026 chiude a +2,6% e la crescita del Pil si dimezza a +0,5%. In altri termini "svanirebbe la ripresa dell'economia italiana".

Nello scenario peggiore è stato considerato un impatto negativo sul livello di attività economica per minori investimenti e domanda mondiale, con riflessi negativi sulle esportazioni; e a dicembre 2026 l'inflazione tendenziale arriverebbe al 4%, con pregiudizi rilevanti anche sulle performance del 2027.

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