È guerra nucleare nel Csm. Di Matteo denuncia un corvo

Clima da regolamento di conti. Nel plico anonimo un interrogatorio segreto di Amara che accusa varie toghe

È guerra nucleare nel Csm. Di Matteo denuncia un corvo

E come in tutti i momenti più bui del mondo giudiziario, compare «il corvo». Un dossier anonimo, con la copia dell'interrogatorio nel 2019 di un indagato, arriva per posta al consigliere del Csm Nino Di Matteo e lui fa scoppiare il caso in plenum.

«Nella lettera anonima - dice pubblicamente - quel verbale veniva indicato come segreto e l'indagato menzionava in forma diffamatoria, se non calunniosa, circostanze relative ad un consigliere di questo organo».

L'ultimo atto dello scandalo Palamara, che ha terremotato l'organo di autogoverno e tutta la magistratura, riporta indietro nel tempo, ad un meccanismo di sospetti e ricatti, incastri e convenienze, che abbiamo già visto.

Pare proprio che l'indagato di cui parla Di Matteo sia quell'avvocato-faccendiere Piero Amara, grande accusatore dell'ex presidente dell'Anm e leader Unicost, che ha da poco messo nei guai il presidente del Consiglio di Stato Giuseppe Patroni Griffi e ora, come scrive Domani, l'ex premier Giuseppe Conte, coinvolgendo anche Michele Vietti, ex Udc e già vicepresidente del Csm. La questione è anche degli intrecci tra magistratura e politica e il 5 maggio le commissioni riunite prima e seconda della Camera iniziano l'esame della proposta di legge per una commissione d'inchiesta.

Dicono che il plico con la copia informatica dell'interrogatorio circolasse da settimane, fosse arrivato ad altri membri del Csm e anche a giornalisti, ma è solo Di Matteo a rompere il silenzio. Il togato indipendente, eletto con l'appoggio della corrente di Piercamillo Davigo, Autonomia &Indipendenza, spiega di aver contattato i pm di Perugia e riferito il fatto «nel timore che tali dichiarazioni e il dossieraggio anonimo potessero collegarsi a un tentativo di condizionamento dell'attività del Csm». Poi chiede che «si faccia luce sugli autori e sulla diffusione, in forma anonima, all'interno di questo Consiglio, di questi atti».

Di Matteo non fa il nome del collega del Csm che sarebbe citato dall'interrogato, ma sarebbe Sebastiano Ardita di A&I, che con Davigo ha rotto proprio per una vicenda legata alle indagini su Palamara. È l'esposto al Csm del l'ex pm Stefano Fava nei confronti dell'allora suo capo alla procura di Roma, Giuseppe Pignatone, che non si sarebbe astenuto in casi connessi ad alcuni indagati eccellenti, compreso lo stesso Amara, per i quali suo fratello avrebbe lavorato come consulente. Ardita disse ai pm di Perugia che l'iter dell'esposto sulle difficoltà nell'ufficio di piazzale Clodio era stato rallentato dal vertice del Csm, fino al pensionamento di Pignatone, e che Davigo sapeva delle accuse, smentendo la sua diversa versione.

Amara, ex avvocato esterno di Eni, coinvolto in vari procedimenti penali per il «sistema Siracusa» e le tangenti Eni-Nigeria, sta collaborando con i pm di almeno tre procure e spara a zero su molti personaggi noti. Con il contagocce e forse secondo il disegno utile a qualcuno, filtrano le notizie dei suoi interrogatori, come quelli a Milano davanti ai sostituti Paolo Storari e Laura Pedio. Non sempre è credibile, come sostenne proprio Fava, poi estromesso dalle indagini. Non è stato il solo a dubitare della serietà del faccendiere siciliano, ritenuto il regista di molte corruzioni.

Nel documento anonimo inviato al consigliere del Csm non ci sarebbe solo il nome di Ardita, ma anche di altri magistrati e si parlerebbe pure di logge massoniche. Sembra partita una caccia alle streghe in cui è difficile distinguere tra verità e menzogna. Anche perché la menzogna, comunque, sporca.

Di Matteo, con il suo atto in plenum, sembra deciso a puntare il riflettore su un teste che potrebbe essere manovrato, questo è il pericolo, utilizzato nella lotta intestina tra correnti e procure. Pone delle domande precise e avverte che non si possono ammettere intimidazioni. Questo Amara è credibile? O viene utilizzato da qualcuno? Perché non rendere pubbliche le sue dichiarazioni ai pm ed evitare strumentalizzazioni? Insomma, fa saltare il banco e obbliga gli altri ad affrontare il problema alla luce del sole e non nelle stanze chiuse del Csm. Sulle quali aleggia un «corvo» o forse più d'uno.

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