"È una guerra di potere, escono male tutti"

L'avvocato: "Dopo Mani Pulite il conflitto si è trasferito dentro la corporazione"

"È una guerra di potere, escono male tutti"

Un altro colpo alla credibilità della magistratura. «Questo verdetto disorienta ancora di più l'opinione pubblica - spiega Gaetano Pecorella, uno dei più noti avvocati italiani ed ex deputato di Fi -. Nessuno ne esce vincitore, la percezione è quella di una guerra di potere, meglio di una faida interna alla magistratura».

Il procuratore generale della Cassazione aveva chiesto l'allontanamento di Storari da Milano. È stato sconfessato?

«Mi pare che il Csm l'abbia delegittimato. Salvi aveva chiesto in via cautelare, insomma d'urgenza, il trasferimento di Storari e l'addio alla carriera di pm. Per carità, il procedimento disciplinare va avanti, ma a parte i tecnicismi è evidente che Salvi ha perso su tutta la linea. E altrettanto forte mi pare lo schiaffo dato dal Csm al procuratore di Milano Francesco Greco che aveva denunciato la scorrettezza di Storari, ma evidentemente la difesa del pm è stata convincente e ora Greco è un capo debolissimo, abbandonato da sessanta colleghi che si sono schierati con Storari, per nemesi storica nella città di Mani pulite e di tante inchieste importantissime».

Chi ha torto e chi ha ragione in questa storia?

«Mi pare che nessuno faccia una bella figura. Greco e Salvi incassano una sconfitta clamorosa, ma anche Storari non brilla: ha consegnato sottobanco i verbali ancora segreti dell'avvocato Amara a Piercamillo Davigo, venendo meno alle regole della professione e al principio di lealtà verso i suoi superiori. È un quadro imbarazzante, da qualunque parte lo si guardi».

Il Csm?

«I suoi vertici e numerosi consiglieri erano a conoscenza da mesi di queste carte e della guerra che si combatteva dietro le quinte alla procura di Milano. Sapevano ma hanno gestito il caso in modo approssimativo e opaco. Si resta sconcertati davanti a questi comportamenti».

Insomma, per tornare alla domanda decisiva: hanno tutti torto?

«Le ragioni degli uni e degli altri hanno un'importanza relativa, perché quello che emerge è la guerra di potere e dunque ogni passaggio viene letto come la vittoria o la sconfitta di una fazione contro l'altra».

Intanto le procure indagano sulle procure.

«È un'altra nemesi storica. Con Mani pulite la magistratura ha messo in ginocchio la politica e il conflitto si è trasferito dentro la corporazione togata».

Risultato?

«Le guerre di potere seguono le stesse dinamiche anche se si veste la toga. Una corrente attacca l'altra, una sale, l'altra scende, tutte si azzannano. Il potere non basta mai e alla fine chi era sul piedistallo cade».

D'accordo ma la magistratura non dovrebbe essere impermeabile ai meccanismi della politica?

«Invece li ha mutuati. E questo è gravissimo perché mina la nostra fiducia nel sistema giudiziario. Un imputato penserà magari sbagliando che la sua sentenza sia il frutto di accordi, di amicizie o inimicizie, di scambi di favori».

I correttivi?

«Anzitutto dobbiamo portare la sezione disciplinare fuori dal Csm. Non possono essere i giudici a giudicare altri giudici. Se ne parla da molti anni ma finora non si è mai fatto nulla».

Poi?

«La prima e più importante riforma da mettere in cantiere è quella della separazione delle carriere, non mi interessa se con referendum o altro strumento».

Ma perché è la più urgente?

«Perché i conflitti che abbiamo visto in questi mesi partono sempre dai pm. E i pubblici ministeri, che oggi non sono separati dai giudici, trascinano in questo disastro i colleghi che dovrebbero essere terzi, imparziali, distanti. Invece, vengono risucchiati in questo pantano. Sono molto preoccupato perché stiamo perdendo l'immagine sacrale del giudice che in passato ci aveva sempre rassicurato».

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