Hamilton, l'uomo che faceva letteratura con un clic

Nessuno come lui è stato capace di rendere misteriosa la sessualità in fieri

Dieci anni fa, quando era uscito il suo ultimo libro fotografico, il quotidiano Le Monde gli aveva dedicato una pagina titolando: «Sempre vivo». Allora David Hamilton aveva 73 anni, ma il suo mondo non era cambiato di una virgola: era il mondo intorno a lui a essere radicalmente mutato. Quello che era stato un autore da un milione di copie complessive vendute, si ritrovava a essere stampato in una tiratura di ottomila esemplari e per la sola Francia: oltreoceano nessun editore si era dichiarato interessato. Eppure, bastava prendere quel volume in mano perché l'antica magia si rinnovasse, e può anche darsi che abbia ragione Peter Lindbergh quando sostiene che fra un secolo l'unico fotografo di cui si avrà un ricordo sarà lui.

C'è una frase di Balzac che spiega Hamilton meglio di Hamilton stesso: «Cosa strana, se la fanciulla dagli occhi d'oro era vergine, di certo non era innocente». Nessuno come lui ha saputo rendere per immagini il continente misterioso della sessualità ancora in fieri, l'età del risveglio dei sensi e del tremore, della trasgressione come scoperta e come premio, della assoluta assenza di peccato. E si capisce come nel suo mondo non ci fossero mai autunni e inverni, ma solo primavere ed estati, il sole sugli abiti e sulla pelle, il risveglio e l'esplosione della natura, ma anche quella sorta di indolenza da giornate troppo lunghe, troppo piene, troppo cariche.

David Hamilton aveva esordito nel 1971: c'erano già la pillola, la minigonna e il topless, Jane Birkin e Serge Gainsbourg avevano già cantato Je t'aime, moi non plus riempiendo di gemiti i jukebox, maschi e femmine facevano le occupazioni universitarie, il femminismo era una realtà, la «liberazione sessuale» non un semplice modo di dire, ma guardando le foto di Hamilton si capiva subito che lui con tutto questo non c'entrava niente, che la rivoluzione dei costumi, la modernità non facevano parte del suo mondo. Qui c'era un Nabokov senza dannazione, un Balthus senza filtri intellettuali, un panteista pagano nato in ritardo sul suo tempo che si era ritagliato un mondo a propria immagine e somiglianza. Perché non c'erano solo le fanciulle in fiore ad animarlo, ma interni di ville abbandonate ed esterni di giardini lasciati andare, spiagge solitarie, strade di campagna con i muri a ecco, mai una macchina, un'insegna, una pubblicità

Quanto a loro, alle ninfe che lo abitavano, inalberavano grandi cappelli di paglia con visiera, morbidi chémisiers, lino, seta e organza erano i tessuti che le coprivano e le nudità spiate, rivelate, accennate o esibite parlavano di biancheria intima desueta, nessun feticismo sexy, nessuna lingerie boccaccesca, ma sempre quel sottile confine che sta fra la consapevolezza del proprio corpo, la reticenza e la voglia di rispecchiarsi in esso.

Nel giro di un decennio Hamilton pubblicò una decina di libri, girò un paio di film, ispirò un mercato parallelo di poster, calendari, cartoline, divenne il fotografo più famoso di Francia. Da noi c'erano gli anni di piombo e il terrorismo, ma oltralpe il Sessantotto era stata un'esplosione, non una diarrea e quanto al comune senso del pudore a Parigi stampavano l'Ulisse e Tropico del Cancro quando a Londra e a New York Joyce e Miller erano vietati perché pornografici. In un'Italia di lottatori continui, autocoscienze di gruppo, collettivi femministi ed espropri proletari, più che estraneo Hamilton appariva sospetto: decadente, sentenziavano esteti da case di ringhiera, reazionario, pontificavano rivoluzionari che da lì a poco sarebbero entrati nell'azienda paterna. Decadente e reazionario, io continuavo a comprarlo.

Poi negli anni Ottanta Hamilton scomparve e non c'è una vera ragione, o forse ce ne sono tante. Era cambiata l'immagine della donna, sicuramente, e magari quel crinale efebico e felicemente ambiguo pur nella sua chiarezza sessuale era il meno adatto a resistere a un'ondata omosessuale esibita e agguerrita da un lato, a un'esplosione di modelle under-twenty bellissime e però modernissime dall'altro, diciassettenni rampanti già in carriera, già donne. E naturalmente era cambiata l'immagine del maschio, con debolezze, complessi di colpa e di prestazione e concorrenza dell'altro sesso sempre più devastante. E va anche detto che uno stile troppo sfruttato si fa cliché, diventa genere, provoca assuefazione e suscita infine noia. Per certi versi Hamilton era divenuto la caricatura di se stesso.

Ma più sottilmente a essere veramente cambiato era una sorta di confine etico e ideologico: quanto più la società trasudava violenza, pubblica e privata, ritualizzata e allo stato brado, tanto più ergeva una muraglia difensiva per quegli stessi «minori» sui quali però rovesciava un tasso di sollecitazione sessuale, criminale, economica come mai sino allora era avvenuto. «Preservare l'innocenza» era la parola d'ordine e, complici gli scandali politico-giudiziari, il caso Dutroux in primis, la scoperta della rete informatica come nuova frontiera pornografica, i fatti eclatanti di cronaca familiare fra abusi sessuali e violenze fisiche, era fertilissimo il terreno perché attecchisse. Dicono le cronache che dietro il probabile suicidio di Hamilton ci siano le denunce di stupro da parte di sue antiche modelle, la paura di un processo, di uno scandalo. «I bambini non mi interessano, non è il mio genere» aveva detto anni fa in un'intervista e per tutte le sue foto di minori aveva sempre avuto il consenso dei genitori, non aveva mai pagato una ragazza perché posasse, con una di esse era stato persino sposato, con un'altra aveva convissuto per vent'anni. A ottanta anni passati, la voglia di difendersi e di reagire diventa difficile, la tentazione di tirarsi fuori da tutto con un gesto esemplare, irresistibile.

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