Il metodo, i nemici, gli errori e le sfide da Arcuri a Zan. Ma per SuperMario ora si fa più dura

Primi bilanci per l'uomo che il "Ft" definisce "l'artefice del rilancio italiano": la partita vinta su vaccini e Recovery, il caos caroselli della Nazionale, lo scontro con Erdogan, la delusione Letta e i rischi del compromesso.

Il metodo, i nemici, gli errori e le sfide da Arcuri a Zan. Ma per SuperMario ora si fa più dura

A di Arcuri. Ovvero la controfigura, il compagno di classe sfaticato che fa sembrare il secchione ancor più preparato. Essere mitologico mezzo boiardo e mezzo capro espiatorio, è stato il simbolo della gestione fallimentare dell'emergenza Covid, il punching-ball del contismo. Mascherine non a norma, banchi a rotelle, bandi dei respiratori in ritardo, le «primule», il finanziamento al siero Reithera bloccato per errori di forma: una raccolta imbarazzante di flop a cui Draghi ha messo fine. Doveva essere il commissario eccezionale, si è rivelato un pasticcione abituale.

B di Bergamo. Un anno dopo le code di camion militari che portavano via le bare dei morti di virus, il premier ha affrontato il momento più toccante della sua presidenza. Il 16 marzo, in occasione dell'istituzione della Giornata della memoria per le vittime del Covid, Draghi ha assicurato ai bergamaschi che «lo Stato c'è e ci sarà». Le corone di fiori appassiscono, le promesse restano. Starà a lui non deludere mai quelle famiglie.

C di caroselli. Quelli spontanei e difficilmente arginabili scatenatisi dopo la vittoria ai rigori dell'Europeo, ma anche quelli attorno al pullman scoperto della Nazionale per le vie di Roma. Una vicenda - e di questo il premier è consapevole - gestita non al meglio, dopo la «trattativa Stato-Bonucci» (copyright del Fatto). Con l'autorizzazione al tour celebrativo, infatti, il governo ha favorito i contagi e dato un'immagine poco coerente sul fronte delle misure anti-Covid.

D di dittatore. Sostantivo usato per Erdogan, bersaglio del primo pesantissimo affondo geopolitico del premier. Era il 9 aprile quando - dopo lo sgarbo sessista ai danni della presidente europea Von der Leyen, donna e per questo privata di una sedia d'onore durante i colloqui ad Ankara - Draghi accusò «questi dittatori, chiamiamoli per quel che sono, di cui si ha però bisogno e con cui si deve collaborare». Un attacco mirato che innescò una crisi diplomatica e che - come nel caso dei «salvataggi» di migranti della guardia costiera libica - gli costò parecchie critiche. Realpolitik, ma senza rinunciare al muso duro.

E di esperti. Cioè la categoria di cui Draghi è vate e capofila. Eppure proprio sugli esperti il premier è scivolato a margine della cerimonia di inaugurazione del G20 della cultura al Colosseo. Con i microfoni rimasti aperti, ha risposto così alle preoccupazioni del ministro Franceschini sullo scetticismo degli archeologi riguardo al piano di ristrutturazione dell'anfiteatro: «Gli esperti? Ho imparato che uno li ascolta troppo, poi non fa niente». Gaffe o auto-ironia di un super tecnico che ha cambiato squadra? Ad ogni modo, una cosa è sicura: Draghi non rifarà l'errore dei suoi predecessori Dini e Monti, che si innamorarono della politica e si illusero di poter dar vita ad un proprio partito. Un partito «per Draghi» di fatto già esiste in Parlamento, al momento è impensabile che l'ex Bce possa essere tentato da un partito «di Draghi».

F di figlio di papà. L'epiteto infelice con cui Marco Travaglio, il Lex Luthor che combatte SuperMario per vendicare Conte, gli ha rivolto durante la festa di Leu: «Draghi è un figlio di papà che non capisce un c... di sanità», disse il direttore del Fatto, attirandosi valanghe di critiche, dato che il premier ha perso entrambi i genitori da giovane. Travaglio parlava del suo contesto sociale e dell'ottima educazione ricevuta (figlio di un dirigente di banca e studi dai gesuiti, alla Sapienza e al Mit), ma ha disgustato anche gli anti-draghiani. Figliuolo di papà era preferibile.

G di giustizia. Finora l'iceberg più minaccioso, su cui il governo ha rischiato di affondare e che è stato evitato solo con un compromesso al ribasso. Politicamente, lo scontro sulla riforma è stato duro, tanto che dietro le quinte Draghi è giunto anche a mettere sul tavolo le sue dimissioni, informandone il Quirinale. Inoltre, chi ha avuto occasione di confrontarsi con il premier sostiene che sia rimasto un po' deluso dalla scarsa «concertazione» con i magistrati da parte del Guardasigilli Cartabia. Inoltre, la riforma ha messo a dura prova anche la strategia di comunicazione del premier. Al punto di suggerire l'idea di un cambio di passo, inaugurato con gli auguri «informali» ai giornalisti prima dell'estate. La giustizia è uguale per tutti (i premier): chiunque la sfiori, passa dei guai.

H di humor. Nonostante gli anni passati nelle stanze ovattate di Bankitalia e della Bce, con buona pace del mondo della finanza fatto di regole rigide e comunicazione imbalsamata, in più di un'occasione Draghi ha dimostrato di saper strappare un sorriso. Come quando ironizzò sugli inglesismi proprio dopo aver infilato uno dietro l'altro smart working e baby sitting: «Chissà perché dobbiamo usare tutte queste parole inglesi», buttò lì. Humor - pardon, ironia - che finora piace agli italiani.

I di invito a morire. Raro vedere Draghi seccato. Era accaduto a metà giugno quando - dopo le comunicazioni discordanti di ministri e tecnici - era rientrato di fretta in Italia convocando una conferenza stampa d'urgenza per fare chiarezza in prima persona sulla vaccinazione eterologa. Ma la bordata più pesante è stata quella diretta (implicitamente) a Salvini a luglio. Replicando alle bizze del leghista sul green pass, il premier ha chiarito: «L'appello a vaccinarsi è un invito a morire». Anche i gesuiti british nel loro piccolo si incazzano.

L di Letta, la grande delusione. Il segretario dem avrebbe dovuto essere più draghiano di Draghi, la quinta colonna europeista della sua politica del rilancio. Invece oggi a Palazzo Chigi lo considerano pericolosamente vittima dell'alleanza con il M5s e sperano che l'equilibrio possa finalmente cambiare dopo le amministrative. Troppe le bizze del leader Pd, troppi i tentativi (speculari a quelli di Salvini) di marcare una distanza su provvedimenti di bandiera, non urgenti e divisivi. E soprattutto troppa la sudditanza psicologica nei confronti di Conte, dimostrata con l'inattesa apertura alle modifiche sulla riforma della giustizia in ossequio a Bonafede.

M di metodo. Il celebre e un po' abusato «metodo Draghi», segreto come la ricetta della Coca Cola. Trattasi di strategia di sopravvivenza non-violenta: prima, come le vittime dei grizzly, si finge passivo e lascia sfogare i partiti, che spingono i candidati alle varie nomine; poi li ignora e decide in autonomia in base ai cv con l'aiuto del ministro Franco, talmente fido ed efficiente da essersi meritato il soprannome di «Alexa», l'assistente vocale di Amazon che accende la luce e risolve ogni problema. Certo, il rovescio della medaglia è che ogni grana è in capo a loro, dalle consulenze di Fornero e Arcuri alle «nomine» di Simone Tabacci e Farina. Con conseguente sfuriata di Draghi, che si sarebbe lamentato sia con Tabacci padre sia con Brunetta.

N di «'ndo stai?». Con quell'aplomb, Draghi non è esattamente un ambasciatore della romanità nel mondo. Eppure, durante il saluto alla Nazionale campione d'Europa, forse contagiato dalle maniere ruspanti di Bonucci, Draghi si è lasciato andare a un'espressione degna di Totti. Cercando in platea Donnarumma per elogiarlo delle parate («e che parate!»), gli è scappato un «'ndo stai?». Bizzarro per uno che si fa dare del lei anche dai ministri in Consiglio. Draghi, romanista doc, deve essersi fatto prendere dallo spirito del tifoso. Che - per quanto appassionato - non fa comunque torto al suo pragmatismo neanche quando si parla della Roma. «Un pronostico sulla squadra di Mourinho?», gli ha chiesto un giornalista a margine del saluto ai cronisti parlamentari. «Non posso, mi esporrei troppo», ha risposto il premier, ben consapevole che la stagione dei giallorossi non sembra iniziata nel migliore dei modi...

O di onorevoli. Che, giova ricordarlo, sono i deputati. Complice la scarsa dimestichezza con le aule parlamentari, nel suo intervento sul Recovery Plan a Palazzo Madama si è rivolto per ben due volte agli onorevoli deputati, facendo mugugnare senatori. Ma anche O di orologio, l'Apple Watch del premier, che un giorno in Parlamento si è illuminato mostrando la chiamata di tal «Giacomo». Chi sia Giacomo sono fatti suoi, noi ci limitiamo a notare la differenza con l'Eberhard Extra Fort di Giuseppe Conte. Che tra l'altro segnava sempre l'ora sbagliata...

P di Pnrr, ma anche di patrimoniale e pragmatismo. Non c'è occasione in cui Draghi non sottolinei il suo approccio «pragmatico», che fino ad oggi gli ha consentito di tenere insieme una maggioranza larga ed eterogenea, trovando sempre (forse troppo spesso) il compromesso. Ed è in nome del pragmatismo in vista della pioggia di miliardi Ue che ha zittito il partito dei sostenitori della patrimoniale e delle tasse di successione, capitanato da Letta: «Non è il momento di prendere soldi, ma di darne». Game, set, match. Ma a settembre sul fisco non sarà così facile.

Q di Quirinale. A fine gennaio il Parlamento voterà il successore di Mattarella. Draghi - che era il favorito - ora sembra avere intenzione di restare al suo posto per continuare a seguire il Pnrr fino a fine legislatura (2023), magari con un bis di Mattarella, che lo ha chiamato e che lui considera di fatto il garante della sua permanenza a Palazzo Chigi. Non è da scartare però una terza ipotesi: considerando il rapporto solidissimo con la presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen, in molti vedono SuperMario come suo successore dal 2024. Con la Merkel in uscita e Macron impegnato nelle presidenziali, chi meglio di lui potrebbe assicurare all'Europa una leadership forte?

R di rischio ragionato. La vera scommessa vincente del governo, la strettoia impossibile fra una nuova ondata e una nuova ecatombe di attività commerciali chiuse per lockdown. Era fine aprile e Draghi si prese la responsabilità delle prime riaperture, con annessi strali dei virologi più cauti, terrorizzati dai numeri dei contagi. Ma quel che per loro era un azzardo irresponsabile, in realtà si è dimostrato la soluzione al dilemma fra salute ed economia.

S di Salvini. Nonostante la vulgata e la durissima risposta sul green pass già citata sopra, il leghista è uno dei leader di maggioranza che il premier ritiene più affidabile. Al netto della propaganda su alcuni temi (vedi immigrazione), Draghi si è ormai convinto che Salvini - come ripetuto in privato diverse volte - «non farebbe mai davvero saltare il banco». Il mondo si divide fra falsi amici e veri nemici. Salvini è un suo falso nemico.

T di turbo-liberista, l'insulto più di moda da quando 150 accademici italiani hanno scritto una lettera di protesta per la scelta di nominare 5 consulenti economisti «del Nord, ultras del liberismo» nel Nucleo tecnico per il coordinamento della politica economica. Allievo dell'economista keynesiano Federico Caffè, Draghi è - a torto o a ragione -, tacciato di neo-liberismo. Intanto, il reddito di cittadinanza è ancora lì. Questo turbo-liberismo deve avere il motore ingolfato, chissà che il premier non lo faccia ripartire a settembre, cambiando la misura assistenzialista grillina.

U di Umbria, per la precisione Città della Pieve, che da 15 anni l'ex governatore della Bce ha eletto a buen retiro e oasi di relax a prova di «bazooka». È qui, nel casolare di campagna di famiglia tra i campi di zafferano, che Draghi sta trascorrendo i quindici giorni di vacanza che l'esecutivo si è preso in agosto. Cliente riservato del bar in piazzetta, frequentatore dell'edicola e della chiesa, qui nel verde il premier ricarica le pile in vista del semestre bianco.

V di Ventennio. Nel suo primo 25 aprile da presidente, Draghi ha tenuto un discorso molto politico, di fatto in linea con la sua formazione liberale. «Non tutti gli italiani furono brava gente - ha detto -. Non scegliere è immorale, no ai revisionismi e al fascino per gli autocrati». Se lo rilegga chi oggi lo accusa di essere un dittatore sanitario per il green pass.

W di Washington dato che con Draghi - che vanta un rapporto con Biden risalente all'epoca Obama - l'Italia è tornata in pieno all'Atlantismo dopo le sbandate filo-cinesi. Ma anche W di Wembley, lo stadio di Londra in cui si sono tenute le semifinali e finali di Euro 2020, ma che secondo Draghi e Merkel non avrebbe dovuto ospitarle, a causa dell'ondata di contagi da variante Delta in Inghilterra. Una presa di posizione di buonsenso e scomoda, che ha creato tensioni con Boris Johnson, ma ha anche rappresentato un ideale passaggio di testimone. Il «patto di Wembley» infatti ha incoronato Draghi a successore della Cancelliera alla guida dell'Europa. Magari a braccetto con Macron, con cui condivide la misura del green pass. D'altronde, SuperMario vive un momento magico e gode di grande considerazione all'estero. Il Financial Times lo ha incoronato «artefice del rilancio economico italiano» e il premier spagnolo Sanchez lo ha definito «un maestro». Occhio però: Wembley insegna che in Europa chi pensa di aver già vinto a volte fa una brutta fine.

Z di Zan, il firmatario del disegno di legge anti-omofobia. Un provvedimento etico (e dunque di cui non dovrebbe occuparsi un governo emergenziale) che spacca la maggioranza, una fonte di zizzania permanente. Sul tema Draghi è intervenuto una sola volta, per respingere la richiesta del Vaticano di fermare la legge: «Lo Stato è laico, il Parlamento è libero di legiferare». Poi partiti si sono annientati da soli e il ddl è andato in soffitta.

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