I dem al governo litigano già Calenda dà il via alla scissione

L'addio annunciato dell'ex ministro: «Nulla in comune coi grillini». Zingaretti: «Condivido timori ma ripensaci»

I dem al governo litigano già Calenda dà il via alla scissione

N icola Zingaretti dà il via libera al ribaltone ma apre la strada a una nuova scissione nel Pd. Carlo Calenda e Matteo Richetti lasciano i dem dopo l'ok della direzione all'intesa con i 5 stelle per il Conte bis. I due ex dem già sono al lavoro per nuovo movimento politico. E sullo sfondo c'è l'appuntamento di fine ottobre della Leopolda che potrebbe sancire l'uscita dal Pd dei renziani e la nascita di un nuovo movimento con la leadership di Matteo Renzi. Che diventerebbe il secondo azionista (grazie al controllo dei gruppi parlamentari) della maggioranza giallorossa.

È un Pd dilaniato e confuso, quello che si presenta alla giornata clou delle consultazioni al Colle dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: l'unità, sbandierata dal segretario al termine della direzione, è solo di facciata. I malumori circolano anche tra le correnti che hanno dato il via libera all'accordo. Francesco Boccia è tra i contrari al governo con il M5s. Ma per adesso non lascia il Pd. E lo stesso numero due dei dem, Andrea Orlando, avrebbe preferito la strada di un ritorno alle urne. Malumori condivisi anche da Paola De Micheli, braccio destro del leader dei dem. Gli unici che festeggiano sono Matteo Renzi e Dario Franceschini, sin da subito favorevoli all'accordo. L'addio (annunciato con una lettera a Zingaretti) che più fa rumore in casa Pd è sicuramente quello dell'ex ministro Calenda. Anche perché l'europarlamentare (ormai ex Pd) è durissimo: «Nulla abbiamo in comune con Grillo, Casaleggio e Di Maio. Ed è significativo il fatto che il negoziato non abbia neanche sfiorato i punti più controversi: dall'Ilva alla Tav, da Alitalia ai Navigator. Un programma nato su omissioni di comodo non è un programma, è una scusa», scrive Calenda nella lettera di dimissioni dalla direzione. Riservando un attacco al gruppo dirigente: «Il Pd può trovare una momentanea unità sulla base di una convergenza di interessi individuali, ma continua a essere più interessato ai regolamenti di conti che a combattere contro i suoi avversari. Per questo non si riesce a far stare seduti nella stessa stanza i leader delle varie correnti». Calenda chiarisce le ragioni dell'addio: «Dal giorno della mia iscrizione ho chiarito che non sarei rimasto nel partito in caso di un accordo con il M5S» Per Calenda - «difendere la democrazia dalla democrazia conduce solo al populismo e al discredito delle istituzioni democratiche».

Zingaretti risponde(con un'altra lettera) all'ex ministro, condividendo in parte i timori ma chiedendo di rivedere la decisione: «Le preoccupazioni alla base di questa scelta sofferta che ci hai comunicato sono, credimi, le stesse che mi hanno accompagnato in queste difficilissime ore. Voglio quindi condividere alcune considerazioni, nella speranza di aprire con te una seria riflessione su rischi e opportunità di questo decisivo snodo politico. In questa sfida il Pd ha bisogno anche delle voci critiche, soprattutto se provenienti da personalità autorevoli e competenti come te. Ho e abbiamo bisogno di te, perché solo uniti potremo cambiare il destino di un Paese che, fino a pochi giorni fa, sembrava trascinato per inerzia verso un declino economico, civile e democratico senza precedenti. Proviamoci. Io ci sono. Il Partito Democratico c'è. Spero davvero che vorrai ripensarci».

Anche Matteo Richetti, senatore Pd, boccia l'accordo e si dimette dalla direzione. Tra veleni e addii è forte il sospetto che quella di Zingaretti sia la classica vittoria di Pirro.