I dubbi dei commercialisti: chiudiamo o no?

Divieti regionali più severi di quelli nazionali. Il caos delle scadenze fiscali

I dubbi si accatastano sui decreti. «Siamo in un rompicapo - sorride ironico Franco Borrini, commercialista milanese con vista sull'Arco della Pace - Fontana ci ha chiuso qui in Lombardia, per Conte invece gli studi possono rimanere aperti, ma una cosa è sicura: scadenze e adempimenti non sono affatto bloccati e noi dobbiamo continuare a lavorare». Sembra di stare dentro una filastrocca: come sopravvivere a decreti che rimandano ad altri atti normativi che si inseguono l'un l'altro e si sovrappongono in un caos inestricabile. «L'Ordine di Milano ha scritto a Conte perché non sappiamo come regolarci. Però il governo aveva assicurato che ci sarebbe stata una serie di rinvii, ma quel che si è fatto è poca cosa. E per di più pasticciata».

Certo, siamo in una situazione senza precedenti, ma le giustificazioni valgono fino a un certo punto. Le società sopra i 2 milioni di fatturato hanno avuto un rinvio di 96 ore per saldare l'Iva: da lunedì 16 a venerdì 20. Non proprio un grande aiuto nell'emergenza che sconvolge il mondo intero. I contribuenti sotto i 2 milioni invece possono rifiatare fino a fine maggio. Ma non è detto che non si trovino poi a dover versare due rate in un colpo solo, anche con l'elettroencefalogramma degli incassi piatto. «Intanto - riprende Borrini - entro il 25 marzo dobbiamo comunicare le operazioni con i modelli Intrastat, insomma dentro i confini della Ue, e il 31 scade la certificazione unica. Che facciamo? Attendiamo il 25 per capire se quell'atto è posticipato o no? O rinvii tutto o niente, non puoi barcamenarti chiudendo ma riaprendo, spostando ma solo un po', annunciando quello che poi si fa solo in parte, in una babele di bozze, testi, versioni che circolano su Internet».

A Milano gli studi dovrebbero essere chiusi, ma al telefono il Comune spiega che il professionista può raggiungere la sua scrivania per compiere atti indifferibili. Già, ma chi stabilisce cosa sia indifferibile? «Non dovrebbe essere un quesito filosofico ma una questione di buonsenso - risponde Borrini, a sua volta figlio di un commercialista - Alcune aziende ti chiamano per prendere decisioni che possono incidere sui fatturati e non possono essere rinviate. Dovrebbe prevalere il vocabolario della lingua italiana, mentre siamo costretti a confrontarci con testi arzigogolati, zeppi di rimandi ad altri papiri».

E poi c'è un altro ostacolo insidioso: «Il divieto di spostarsi da un comune all'altro che vale in tutta Italia. Molti colleghi abitano in un comune diverso da quello in cui lavorano». E non potrebbero andare in ufficio, ma qui subentrano le comprovate esigenze di lavoro, altro concetto a fisarmonica nella nouvelle vague legislativa. Insomma, se l'obiettivo era rassicurare, si è raggiunto l'opposto.

Per fortuna il pragmatismo ambrosiano cerca soluzioni concrete: «Siamo in dodici - riprende Borrini - e con noi ci sono anche otto avvocati. Venti tecnici, tutti a casa in smart working». Lo smart working non è una bacchetta magica, ma di questi tempi popolati di ombre e inquietudine è un antidoto al precipitare della situazione. «Speriamo - è la conclusione - che Stato e Regioni trovino un passo comune. Per ora le Regioni corrono, lo Stato tentenna, fa l'equilibrista, non vuole scontentare nessuno e così scontenta e confonde tutti. Anche noi commercialisti: camminiamo sulle sabbie mobili, presto potremmo aggirarci fra le macerie».

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