O l'accordo o l'attacco. Ma l'aut aut all'Iran delineato da Donald Trump con il solito post su Truth non è di facile realizzazione. Colpire e decapitare Teheran è tanto difficile quanto piegarla alla propria volontà. E questo per ragioni legate non solo all'assetto di potere iraniano, ma anche alla politica Usa e alle conseguenze di mossa azzardata nei rapporti con gli alleati arabi.
Ma partiamo dall'ipotesi di un intervento armato, considerata in queste ore l'opzione più probabile. Da lunedì la portaerei Abraham Lincoln è nel Golfo scortata da tre navi dotate di missili Tomahawk e pronta all'azione. Nelle altre basi mediorientali sono atterrati una dozzina di F15 Eagles pronti a unirsi agli F35 della Lincoln. E nei principali avamposti Usa della regione sono state piazzate batterie di missili antiaerei Thread e Patriot per prevenire una risposta missilistica iraniana. Quest'"imponente armada" fa però i conti con intrecci politici e strategici che rischiano di rendere assai complesso l'intervento armato. Donald Trump e il Pentagono devono vedersela non solo con l'aperta contrarietà degli alleati arabi, ma anche con i dubbi di un elettorato "maga" rappresentato alla Casa Bianca dal vice presidente JD Vance.
Sul fronte arabo pesano, invece, le paure di Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, già bersaglio in passato di rappresaglie iraniane. Questi ultimi due Paesi annunciano esplicitamente di non voler aprire il proprio spazio aereo agli aerei americani coinvolti in un attacco alla Repubblica Islamica. Una posizione che Mohammed Bin Salman, il principe ereditario saudita alleato in teoria degli Usa, reitera durante una telefonata al presidente iraniano Masoud Pezeshkian assicurandolo che non permetterà agli Usa di usare né i suoi cieli, né il suo territorio. E anche il Qatar, sede della più grande base Usa in Medioriente colpita, a giugno, da una rappresaglia missilistica iraniana, fa capire di non voler ripetere l'esperienza.
La presenza nell'area della portaerei Lincoln e della sua squadra navale, già protagonista dell'attacco dello scorso giugno, basterebbe militarmente a superare le paure arabe. La mossa rischia, però, d'innescare pesanti contraccolpi in caso di fallimento o prolungamento dell'intervento. Qatar, Arabia Saudita ed Emirati sono indispensabili, infatti, per tutte le intese sulla seconda fase della tregua di Gaza, per la gestione della ricostruzione e per il rilancio degli Accordi di Abramo con Israele. Negli Usa le perplessità arabe sono rilanciate, invece, da un elettorato "maga" che teme di ritrovarsi impantanato in una "guerra infinita". Una guerra simile a quelle dell'Afghanistan e dell'Irak che Trump ha più volte promesso ai propri elettori di non volere ripetere. In questo caso, il rischio però c'è. A differenza di quanto avvenuto in Venezuela, a Teheran è difficile individuare una personalità pronta a tradire la Suprema Guida e ad innescare una riforma del regime. Proprio per questo sia nei Paesi arabi sia negli Usa è assai diffuso il timore che un intervento esclusivamente aereo si prolunghi per mesi senza riuscire alla fine a ribaltare la Repubblica Islamica.
Anche l'ipotesi di un accordo, o meglio di una capitolazione alle condizioni imposte da Trump, appare lontana. Oltre al totale abbandono del nucleare, seguito dallo smantellamento dei suoi siti, la Casa Bianca pretende la rinuncia di Teheran ai missili di lungo raggio capaci di colpire Israele e Paesi circostanti e l'impegno a cessare l'appoggio a tutti alleati dell'area da Hezbollah ad Hamas, dalle milizie Houthi a quelle irachene.
Come dire, la fine di qualsiasi influenza strategica nella regione. Si tratta di un accordo che Khamenei non potrà mai firmare. Anche perché, siglandolo, sancirebbe innanzitutto la propria fine per mano delle fazioni più intransigenti dei Guardiani della Rivoluzione.