I primi ostacoli pronti per Joe: il nodo della transizione, la sfida interna per le nomine e la mano tesa ai Repubblicani

Incalzato da un'agguerrita brigata di deputati e senatori radicali Dem, il neo presidente adesso dovrà vedersela anche con il Gop desideroso di rivincita. L'unica strada sembra il compromesso

I primi ostacoli pronti per Joe: il nodo della transizione, la sfida interna per le nomine e la mano tesa ai Repubblicani

Per Joe Biden, da 48 ore 46° presidente degli Stati Uniti con il record assoluto di voti popolari, le difficoltà sono già cominciate e l'interessato sembra rendersene perfettamente conto: il suo primo discorso, pronunciato a Wilmington poco dopo avere passato il traguardo dei 270 delegati, può infatti essere definito un inno alla cooperazione. Ha promesso di riconciliare gli americani («Facciamo in modo di mettere fine a questa sinistra era di demonizzazione reciproca»), di cercare subito un dialogo con l'opposizione, di affrontare con spirito nuovo i problemi del coronavirus che ha fatto sin qui 230.000 morti. Il suo primo atto è stato la costituzione di un comitato di scienziati ed esperti che collaborino al trasferimento dei poteri e definiscano nuove regole non appena prenderà possesso della Casa Bianca. Il tono del discorso ha ricordato a molti una frase che il neopresidente pronunciò in occasione di un'altra campagna elettorale: «Il compromessso è sempre una buona cosa e un modesto progresso è meglio di nessun progresso».

Anche in questa occasione, la ricerca del compromesso sarà indispensabile, perché il risultato fa sì che Biden sia, per così dire, preso tra l'incudine e il martello. A destra si trova un partito repubblicano già ansioso di rivincita e che salvo sorprese nelle elezioni supplettive della Georgia disporrà almeno fino alle elezioni di midterm del 2022 della formidabile arma del controllo del Senato. Da sinistra, è incalzato da un'agguerrita brigata di senatori e deputati radicali, che pretendono non solo le poltrone più importanti del nuovo governo, ma la sollecita messa all'ordine del giorno dei loro programmi socialisteggianti. La battaglia per l'assegnazione dei dicasteri è già cominciata, ma una parte dei nomi che si fanno difficilmente passeranno gli esami. Per esempio Elizabeth Warren, esponente di grido della sinistra e ultima avversaria di Biden nelle primarie, indicata dalla sinistra per il cruciale Dipartimento del Tesoro è invisa per le sue idee troppo progressiste anche a un buon numero di moderati del suo partito. E Susan Rice, già ambasciatrice all'Onu e consigliera per la sicurezza nazionale con Obama che adesso aspira alla carica di Segretario di Stato non piace a buona parte del'establishment di politica estera.

Per ottenere il semaforo verde per molti collaboratori, Biden è ridotto a sperare che al momento delle votazioni la pattuglia di senatori repubblicani che spesso si sono opposti a Trump Romney, la Collins, la Murkovski, rompano la disciplina di partito e gli diano il loro voto.

Il trasferimento dei poteri da un presidente rosso a uno blu, o viceversa, è sempre una impresa delicata e piena di insidie e lo sarà ancora di più questa volta, vista la profonda ostilità che divide le due squadre. Il compito spetta a un «transition team» composto da centinaia di persone, che per due mesi occupano tutti i ministeri. Il presidente ha la facoltà di sostituire con persone di sua fiducia non solo ministri e sottosegretari, ma anche centinaia di consiglieri, dirigenti, funzionari, capi di agenzie governative. La battaglia per ottenere queste cariche è furiosa e ci si domanda come Bidem, noto più come mediatore che come decisionista, se la caverà. Dopo i disastri fatti da Trump, che assumeva e licenziava i collaboratori secondo il suo capriccio, sarà più che mai importante che il rinnovamento porti al potere uomini e donne di qualità.

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